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LA RETE CHE CATTURA E LA RETE CHE GUARISCE: STORIE DI PERCORSI

DI GUARIGIONE

(A cura di Dott. Molteni Maurizio Francesco e Maggetto Stefania Giovanna)

Prima parte

In questo intervento, proveremo a tradurre i diversi usi metaforici di una rete , nella realtà dei

conflitti emotivi che le persone in difficoltà psicologica vogliono risolvere.

Prenderemo in esame 3 percorsi in cui c’è stata una trasformazione della funzione di una rete, da

negativa a positiva.

1) DALLA RETE CHE CATTURA E FERISCE I SENTIMENTI ALLA RETE CHE LI

PROTEGGE

In certe reti usate davvero dai pescatori o in certe trappole predisposte per catturare alcuni animali.,

più gli animali stessi si dibattono nell’intento di liberarsi, più le maglie della rete si infittiscono o gli

strumenti della trappola immobilizzano la preda.

Questa è la stessa situazione che accade spesso quando il conflitto emotivo della persona è

caratterizzato dal sentirsi inesorabilmente imprigionati nei e dai propri comportamenti. che

vengono messi in atto in modo ripetitivo , senza trovare una via di uscita.

Più li si mette in atto e più si sta male, provando angoscia, ma più si prova angoscia e più ci si sente

quasi costretti a metterli in atto nel tentativo di liberarsi del conflitto , finendo però per ripetere il

comportamento che si deplora e quindi per rinnovare l’angoscia.

Questa è una tipica situazione di sentimenti catturati e feriti , che da origine a quelli che abbiamo

chiamato circoli viziosi emotivi negativi.

Cioè comportamenti che tendono a seguire una spirale negativa di radicamento sempre più forte:

più ci si muove esprimendo il sentimento e più ci si radica nel dolore, ma contemporaneamente non

si riesce a stare fermi. Impossibile non provare sentimenti.

Forse qualcosa di simile si può vivere nella depressione chiamata “bipolare” , nella quale , quando

si giunge al limite massimo dell’oscillazione del pendolo dell’ angoscia, si è automaticamente

spinti dalla parte opposta della depressione che però ti spinge nuovamente verso l’angoscia e

quindi di nuovo verso la depressione……..

Può allora questa spirale negativa riprendere un andamento positivo e il circolo vizioso diventare

virtuoso ? Qual è il percorso per slegare questi sentimenti che se si muovono rischiano di

bloccarsi ancora di più ?

Come sapete svolgiamo sedute spesso con la presenza del genitore omologo o comunque a favore

della coppia dei genitori per dare loro strumenti che poi essi stessi utilizzeranno in chiave

terapeutica nel rapporto con i figli.

In questo caso I SENTIMENTI o le convinzioni che danno origine al conflitto del figlio-a ritenuto

non gestibile, sono simili ad una ferita aperta, una ferita scoperta che quando la si tocca fa

aumentare il dolore.

Però poiché ci si muove, ecco che la ferita scoperta ( più viene alla coscienza il sentimento) più

duole , ma non si può neanche stare fermi.

Occorre allora un altro tipo di rete, una rete che protegga la ferita in modo che anche se ci si muove

se il sentimento esce, non si sente il dolore, per esempio una BENDA per bendare la ferita.

Ben sapete che una benda è una garza a rete finissima cosi fine cosi da proteggere la ferita.

Ecco che l’opera emotiva dei genitori in questo caso equivale a quella di una benda che protegge

la ferita emotiva e consente alla persona di muoversi emotivamente nella propria storia vecchia e

nuova, senza provare troppo dolore nel cambiamento e nell’elaborazione dei sentimenti.

Il sentimento doloroso , il ricordo o l’esperienza dolorosa protetta non è più “ a fior di pelle” ma

viene protetto, circoscritto, lenito , in modo che da una parte perda la sua dirompente carica

angosciosa e dall’altra venga poco alla volta messo nelle condizioni di trasformarsi ,

cicatrizzandosi . Tutti noi abbiamo molte cicatrici emotive segno di ferite interiori rimarginate.2) DALLA RETE CHE SEPARA I SENTIMENTI ALLA RETE CHE NE SOSTIENE

L’ESPRESSIONE

C’è una celebre foto scattata all’arrivo dell’esercito americano nel campo di concentramento di

Witzendorf durante la seconda guerra mondiale dove si vedono dei prigionieri assiepati dietro

ad un reticolato che li separa dalla libertà in attesa dell’ imminente arrivo dei liberatori

Questa è una foto storica e molto significativa per le tragedie vissute dai prigionieri dei lager

nazisti, la usiamo oggi .come immagine metafora della separazione emotiva che avviene in

certe situazioni quando alcuni sentimenti si pensa abbiano impedimento ad esprimersi.

Hanno tanta voglia di uscire, appunto “premono sulla rete” (come i prigionieri nella foto), ma la

rete ancora li separa dalla libertà.

Questa è un’ immagine metafora di quando una persona pensa di non poter chiedere aiuto , di non

poter mai arrivare ad un chiarimento, di essere sempre in attesa di una liberazione che non avviene.

C’è qualcosa che impedisce di accogliere l’ aiuto, ci sono magari sentimenti di solitudine, di

abbandono di impotenza che premono per essere liberati.

A questo proposito ricordiamo il Signor P che all’età di 50 anni , durante una seduta di sostegno

psicologico rivive e racconta la storia del suo soggiorno in una colonia marina, in tenera età

Nel suo attuale racconto spiega che durante questo soggiorno contrae una seria malattia di cui i

responsabili della colonia non si rendono conto.

Tutte le notti per 15 giorni di seguito, sta male , si alza di soprassalto dal letto e vomita

I responsabili della colonia impiegano 15 giorni per capire che si tratta di una forma di epatite

infettiva.

In questi 15 giorni l’abitudine alla sofferenza vissuta in solitudine sancisce in questo bambino una

forte convinzione di abbandono e di inutilità a manifestare la sofferenza.

Tanto non c’è nessuno che ascolta………….

Questa sofferenza diventa cosi forte che egli dirà di essersi sentito ad un certo punto come privato

della sensibilità emotiva.

Dira’ che in quei momenti si sentiva come assente alla realtà .

Riferisce di ricordarsi solo della distesa del mare che vedeva dalla finestra in lontananza , quel

mare in lontananza in quei momenti era l’unica sua compagnia.

Dove era dunque andato a finire il sentimento della solitudine che inizialmente premeva cosi

tanto contro la rete della sua coscienza al fine di essere ascoltato?

Questo ce lo dice il Signor P nel proseguo del suo racconto.

Egli riferisce che una volta resisi conto della gravità della sua situazione, i responsabili della colonia

decidono di trasportarlo in ambulanza a Milano per ricoverarlo in ospedale.

Alla guida dell’ambulanza il bambino incontra casualmente un suo parente e già solo questa

vicinanza lo rende meno angosciato.

Una volta arrivato a Milano quando scende dall’ ambulanza P cerca di correre incontro al padre e

alla madre – che lo aspettano davanti all’ entrata del pronto soccorso, nel desiderio di abbracciarli

ma il personale medico non glielo concede, perché lui è infettivo.

Viene ricoverato in reparto infettivi in isolamento per circa 2 mesi.

In questo reparto però può ’ comunicare con i genitori attraverso una finestrella da cui il papà gli

passa dei giochi , le macchinine ecc .

Il racconto del Signor P in questa seconda parte è però caratterizzato da una sorprendente

affermazione.

Dice che all’ospedale nei due lunghi mesi di isolamento si è sentito emotivamente molto meglio e

soprattutto ricorda con molta più lucidità tutto quello che gli e’ successo li.

Dice che non avvertiva in ospedale quel sentimento di assenza dalla realtà che invece aveva

fortemente sperimentato nei 15 giorni di colonia – Come mai questa maggior lucidità pur in un

periodo di maggior distanza dai genitori ?

Questo tipo di ricordo non è offuscato poiché correlato dalla consapevolezza di avere comunque

accesso al rapporto con il genitore ( dalla finestrella il papà gli passa le macchinine)Invece la solitudine e la paura durante i 15 giorni di colonia sono cosi’ forti che vengono

cancellate in una specie di oblio crepuscolare. ( Noi usiamo la parola ANESTETIZZARE I

SENTIMENTI ) Come in uno stato alterato di coscienza P. si ricorda solo la distesa del mare….

Ma appunto i sentimenti che stanno dietro a questo ricordo e la convinzione della solitudine egli

impiega circa 40 anni per affrontarli.

Nella condizione della colonia i sentimenti sono emotivamente separati dalla coscienza e

PREMONO SU DI ESSA COME I SOLDATI DELLA FOTO, per cui la solitudine finchè non

viene tolta la rete risulta negata a causa del troppo dolore ad essa collegato.

In quel reparto di ospedale invece LA SOLITUDINE E’ ACCETTATA, ANCHE PERCHE’ E’

“SENTITA” PROPRIO PERCHE’ QUESTO SENTIMENTO E’ IN UN CERTO SENSO

SOSTENUTO DALLA CONSAPEVOLEZZA DELLA PRESENZA DELL’AMORE DEL

PADRE CHE ATTRAVERSO IL VETRO GLI PASSA LE AUTOMOBILINE PER GIOCARE.

Ecco quindi che in questo caso c’è una rete che sostiene la capacità del bambino di provare

sentimenti; cosi’ il bambino può vivere, manifestare questo sentimento di solitudine profonda e

di abbandono sapendo che comunque è sostenuto.

3) DALLA RETE CHE TIENE BLOCCATI I SENTIMENTI A QUELLA IN CUI SI

POSSONO LASCIARE ANDARE

Questo punto ci ricorda un fatto molto particolare accaduto anni orsono presso il nostro centro di

vacanze estive per bambini e adolescenti in difficoltà psicologica.

Una ragazza di 15 anni con problemi di lieve ritardo mentale da diverso tempo aveva ridotto

l’assunzione del cibo ed era in uno stato di seria depressione, che se fosse continuato sarebbe potuto

sfociare in un autismo grave o anche peggio in una forma di semi-catatonia.

Mangiava molto poco, il minimo indispensabile, parlava a monosillabi, sembrava non avere più

interesse alla vita tanto da non manifestare più neanche i normali segnali sensoriali collegati al

dolore fisico.

Addirittura a scuola ha subito un grave atto di violenza ( gli hanno spento dei mozziconi di

sigaretta sulle braccia,) ma occorrono diversi giorni per capire che quei segni sulle braccia sono

delle bruciature Infatti lei non dice neanche “ ahi ! ” , non protesta , non va dall’insegnante, non

riferisce nulla ai genitori. Subisce e torna sempre a casa con questo sorriso stereotipato dietro al

quale si avverte pero’ un’ enorme tristezza .

Dopo un lavoro di preparazione con i genitori, si riescono a fare delle sedute regolari madre e

figlia e si riesce ad ospitarle insieme per una decina di giorni presso la nostra casa- vacanza..

I risultati di una terapia che cerca di ravvivare le forze dell’amore però arrivano, infatti goccia

dopo goccia anche un bicchiere può riempirsi e traboccare d’acqua.

Durante un pranzo in cui si cerca di affrontare la solita angoscia dovuta alla paura che la ragazza

rifiuti il cibo, l’operatore avverte un vissuto di assenza di vita, proprio guardando il piatto con il

cibo gustoso e ben preparato.

Forse è difficile spiegare cosa si intende con le parole “assenza di vita” e per far meglio

comprendere citiamo una pagina dal libro: “Il diario di una schizofrenica

L’autrice riporta il diario di Renee una ragazza schizofrenicaa che lei si era presa in casa a scopo

terapeutico, ma che nonostante questo, purtroppo morirà suicida.

A un certo punto Renee parlando del suo sentire scrive:“ …………..fu in queste difficili condizioni

che percepii di nuovo dei sentimenti di irrealtà. Durante le lezioni nel silenzio della classe, sentivo i

rumori provenienti dalla strada, un tram, gente che discuteva, il nitrito di un cavallo, un claxon, e

mi sembrava che ognuno di questi rumori si staccasse dal suo oggetto per rimanere inciso nell’aria

, immobile e senza senso.

Intorno a me le compagne con le teste chine sembravano fagotti o manichini azionati da un

meccanismo invisibile, sulla cattedra il professore che parlava gesticolava, scriveva ala lavagna,

sembrava anche lui un fantoccio grottesco. E sempre quel silenzio impressionante , interrotto solo

dai rumori della strada, venuti da lontano, e quel sole implacabile che scaldava l’aula, equell’immobilità senza vita.

Una paura senza limite mi afferrava, avrei voluto urlare.” ( pagina 16 dell’Edizione Giunti)

Tornando al nostro operatore , egli comprende che il sentire il cibo come privo di vita, rappresenta

una comunicazione emotiva della ragazza, la quale molto probabilmente , a seguito della sua

situazione depressiva, non riesce più a vivere le cose come significative, come cariche di vitalità

Ecco che per la ragazza anche il cibo diventa una cosa MORTA , come morto diventa il paesaggio,

“morte” diventano persino le sue percezioni sensoriali, se non si lamenta neanche delle scottature

sulle braccia………

Occorre dunque che il calore della vita ( tenuto proprio bloccato e ben chiuso come nella foto del

reticolato di Winzendorf ) si faccia risentire in questa ragazza. .

Occorre però che per fare spazio a questo calore della vita, l’angoscia di morte se ne vada dal

posto che apparentemente sembra avere “ rubato “ alla vita.

Ecco quindi che, partendo dalla comprensione della comunicazione emotiva della bambina ,

( cibo = senza vita = morte) e dalla presenza della sua mamma, insieme con la mamma stessa si

trova una soluzione Decidiamo che prima di dare alla ragazza una forchettata di pasta o un

cucchiaio di riso le diremo : “ il cibo è vivente come l’amore della mamma”.

Sorprendentemente, ma non troppo , a queste parole la ragazza ride, apre la bocca e mangia .

Nel suo corpo entra qualcosa che lei reputa vivente perché associato alla vivezza dell’amore che

rende significative le esperienze fatte , che da il senso della vita e della propria persona.

Cosi abbiamo fatto ogni volta imboccandola poco alla volta, precedendo ogni cucchiaiata con la

frase: “ il cibo è vivente come l’amore della mamma“.

Dopo 10 giorni la ragazza mangerà da sola.

Finalmente l’angoscia di morte viene liberata, può essere trasformata, lasciata andare e proprio

come in un volo cadere nelle braccia dell’amore materno, tese come una rete anticaduta.

SECONDA PARTE

ANCHE I GENITORI INTRAPPOLATI NELLE MAGLIE DELLA RETE DEL

MALESSERE DEI FIGLI ?

Spesso quando una coppia di genitori si presenta da noi per essere aiutata nel risolvere una

difficoltà psicologica del figlio, fatichiamo molto a far loro comprendere QUANTO ANCH’ESSI

SIANO INTRAPPOLATI E IMMOBILIZZATI EMOTIVAMENTE DAI SENTIMENTI CHE

CARATTERIZZANO I CONFLITTI DEI LORO FIGLI.

Si fa fatica a elaborare il senso di colpa legato al malessere del figlio-a, ma occorre cominciare

poco alla volta a vedere da quali fili è legato ed impedito il proprio modo di aiutare i figli .

Spesso i fili di questa rete che stringe e blocca i genitori sono formati proprio da una serie di

convinzioni molto radicate nei figli, che finiscono con il bloccare EMOTIVAMENTE TUTTA LA

FAMIGLIA.

Infatti i genitori in virtù della loro sensibilità naturale di genitori, entrano in forte comunicazione

con i figli e assorbono le comunicazioni emotive dei figli, che si sovrappongono alle difficoltà

della coppia o a quelle personali.

Ma da cosa sono caratterizzate queste comunicazioni emotive legate ai conflitti dei figli ?

Di solito sono fatte di sentimenti che sottendono a una serie di convinzioni negative e distorte che

si sono formate nel tempo come ad esempio :

– i rapporti familiari sono di ostacolo alla mia crescita personale ( RABBIA)- le ferite subite mi impediscono di poter sentire ed attivare le mie risorse ( IMPOTENZA)

– è impossibile poter credere alla possibilità di cambiare (IMPOTENZA)

– è colpa vostra e delle vostre scelte di genitori se mi trovo in questa situazione (RABBIA e

DISPERAZIONE)

– è impraticabile qualsiasi cambiamento poiché i miei rapporti familiari sono troppo

interferiti nelle generazioni ( come dire che la mia è una famiglia “disturbata” ) (SENTIRSI

SENZA FORZE)

– il rapporto con il mio genitore omologo non è frequentabile poiché mi sono sentito

giudicato, non considerato, non valorizzato, limitato. (PAURA)

– non potrò mai perdonare ciò che ha fatto mio padre o mia madre ( TRISTEZZA)

– non voglio mostrare la mia fragilità quindi con sofferenza faccio finta di

riuscire a cavarmela da solo (PAURA)

– mi astengo emotivamente dal rapporto con i miei genitori o viceversa mi “ metto sopra”

( SOLITUDINE E RI-VENDICAZIONE)

– non riuscirò mai ad affidarmi alle loro capacità di amore “ senza condizioni”, non riuscirò

a lasciarmi andare ( SENSO DI COLPA)

– sono stato davvero vittima, rivendico i torti subiti a tal punto da diventare io stesso un po’

“carnefice” ( RI-VENDICO LO SPAZIO DEL RAPPORTO)

( questi modi “da tiranno” però rappresentano solo una richiesta di attenzione e affetto) .

Spesso anche il rapporto con il genitore non omologo è vissuto come conflittuale o si cerca la

manipolazione .

In questo caso, il mettersi tra i due genitori utilizzando di volta in volta l’uno o l’altro in chiave

manipolatoria, diventa una maschera o anche una modalità di sopravvivenza che può essere

utilizzata dal figlio- a, al fine di evitare di andare in profondità.

Ci siamo accorti anche di come la presenza del genitore omologo in seduta , possa in alcuni casi

essere usata dal figlio in modo esclusivamente “razionale” riuscendo cioè a gestire il rapporto su

un piano di aiuto razionale, ma tenendo a bada e non mostrando sentimenti intensi, legati magari a

fatti concretamente accaduti.

Questo accade in particolare quando il genitore dello stesso sesso ha avuto una storia difficile

per cui il figlio/a non si dà la possibilità di affidarsi poiché per timore di essere respinto respinge,

per timore di non essere compreso si mette nella condizione di non farsi capire.

Così anche la seduta può diventare il luogo ove si sottolineano solo le interferenze e il terapeuta

rischia di essere intrappolato in questa rete, faticando molto ad entrare nel merito degli aspetti

positivi della relazione.

Il genitore omologo a volte viene anche utilizzato nelle sedute come una specie di amuleto

portafortuna da indossare come scacciaguai, del tipo : porto in seduta il genitore omologo

perché mi è stato chiesto, ma non avendo mai parlato con lui/lei lo tengo comunque a distanza

poiché non mi fido, non posso permettermi di fargli vedere come sto io veramente, mi

vergogno….”.

A volte tra i vari strumenti che usiamo per cercare di scardinare questa situazione ci capita anche di

posizionare il paziente seduto mostrandoci le spalle , in modo che possa guardare in faccia il

genitore , così da essere quasi “ obbligato a farlo”, poiché altrimenti continuerebbe a distogliere lo

sguardo dal genitore rivolgendosi sempre verso di noi mentre parla..

E sappiamo bene quanto è importante poter scambiare lo sguardo nel rapporto .

A volte ancora, accade che seppur vivente il genitore omologo non viene portato in seduta dal

figlio-a, poiché andare alla profondità del rapporto significa essere pronti ad accettare non solo i

limiti, le interferenze vissute nella propria storia familiare ma fare i conti con la paura-convinzione

di non essere stati amati.Come se la sola presenza anche in una sola seduta potesse far saltare quelle convinzioni che hanno

permesso al figlio di sopravvivere emotivamente e che al momento non sente pronto o degno di

modificare.

In questo modo la struttura di sopravvivenza rimane salda come se l’identificazione con la rete

che opprime rimane più forte della possibilità che si può dare di liberarsi e poter “cadere

integri” tra le braccia dell’amore del genitore.

Cosa che prima abbiamo rappresentato con la metafora della rete di salvataggio.

Queste sono alcune delle modalità che l’individuo può utilizzare appunto per mettere una

maschera di fronte alla possibilità di un cambiamento – che come bene sappiamo nel percorso-

può procurare sofferenza, tempi lunghi, o anche interruzioni e fughe.

AIUTARE I GENITORI A SCIOGLIERSI DA QUESTE TRAPPOLE

Per la coppia dei genitori è importante comprendere come le interferenze vissute dai figli possano

essere elaborate anche quando il percorso del lavoro terapeutico tra figlio e genitore omologo risulta

aggrovigliato e quando il figlio fatica a vedere il proprio genitore in una luce diversa, cioè

attraverso gli occhi dell’amore e non attraverso gli occhi delle interferenze.

Anche i genitori abbisognano quindi di un loro spazio emotivo che li aiuti a cambiare atteggiamento

ad aprirsi a nuove modalità comunicative, decodificare i comportamenti del figlio/a , ricaricare le

energie e sentirsi uniti nell’affrontare le difficoltà emotive del figlio/a

L’abbraccio tra i coniugi nella seduta per la coppia genitoriale, rappresenta il potersi affidare al loro

amore come strumento per ri- confermare che la loro capacità d’amore è infinita tanto quanto la

capacità di amore verso il figlio/a.

Anche i genitori più disponibili durante il percorso terapeutico attraversano momenti di difficoltà e

faticano ad accettare i tempi lunghi dei figli.

Quindi nella seduta con la coppia dei genitori è importante trovare gli aspetti positivi, concordare

strategie che permettano al figlio/a di far leva sulle risorse positive della famiglia.

Ogni cambiamento rilevante nei percorsi terapeutici solitamente è preceduto da momenti di forte

blocco e resistenza, per questo è importante preparare e dare tutti gli strumenti necessari ai genitori

per (metaforicamente parlando) far “cadere nella rete” le resistenze del figlio/a e permettergli di

sperimentare ciò che aveva dimenticato, cioè la possibilità di lasciarsi andare nelle braccia

amorevoli del genitore.

La rete che accoglie, contiene e trasforma può essere anche rappresentata dall’abbraccio del

genitore o della coppia dei genitori stessi.

Talvolta abbiamo notato come sia difficile per alcuni padri abbracciare il figlio maschio e come il

figlio utilizzi questa resistenza per sottolineare l’impossibilità di cambiamento nei rapporti ed in

particolare per ribadire il vissuto di non essere capito o considerato.

Ma anche il genitore che per pudore o per la sua storia fatica ad accettare questo gesto con il figlio

adulto in seduta non è un genitore che respinge il figlio poiché dai racconti emerge sempre che

quando il figlio era piccolo il genitore ha sempre avuto gesti affettuosi tenendolo in braccio

accudendolo e prendendosi cura del figlio in vari modi.

In una situazione con un figlio in difficoltà psicologica comunicare la speranza, saper

contenere le provocazioni, rilanciare la possibilità che c’è sempre una via d’uscita, è molto

importante per un terapeuta.

Per far questo occorre tanta pazienza, tanta fiducia nell’amore e spesso meraviglia anche noi la

costante pazienza che molti genitori mettono in campo nel sostenere il figlio/a nel suo percorso di

emancipazione.

I genitori che vivono situazioni psicologiche dei figli, definite “croniche”, hanno per i figli quella

virtù così poco valorizzata nei testi di psicologia che è la pazienza, la naturale capacità di

“patire-con”.

Quella pazienza che permette loro di tessere poco alla volta filo dopo filo quel tessuto , in-tessutod’amore che appunto ri-scalda e vivifica o che permette loro di ri-cucire il tessuto emotivo dei figli

lacerato da ferite o traumi.

Del resto solo la pazienza dell’amore può avere forza e facoltà di trasformare il male in bene.