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Sezione III
DOCUMENTI
LE MANI
DELLO SCRITTORE
di Mario Rigoni Stern


Il più grande scrittore epico del nostro tempo appare,
in questa intervista, in una luce insolita.
Siamo abituati infatti a considerarlo così come ci
appare attraverso la lente d’ingrandimento dei suoi
libri, tutti testimonianza di una vita avventurosa anche
quando parla di cani da caccia, di lepri (al maschile),
di api, di boschi, di gente che subisce le guerre.
l nostro sergente ha infatti sempre guardato gu
avvenimenti da un posto d’osservazione privilegiato: dal
basso. Da dove cioè si vedono i particolari, le cose che
ai superficiali sfuggono, e sfuggono anche agli ufficiali.
In ciò è molto simile a Senofonte, divenuto, per i
diecimila mercenari greci imbottigliati in Persia, il punto
di riferimento, l’animatore della difesa e l’organizzatore
del ritorno, pur non essendo mai il condottiero: e infatti
balza in primo piano solo perché le cose si mettono al
peggio, e i capi vengono meno: “C’era nel campo un
certo Mario Rigoni Stern…”. I capi di Senofonte furono
tanto temerari da mettersi nelle mani di Artaserse, che
ne approfittò subito per tagliar loro quella testa così
scarsa di buon senso. E in questo modo, probabilmente,
quelli che restavano poterono da soli cavarsela meglio,
e riportarsi la pelle in Grecia.
1 capi di Rigoni Stern si sa la fine che fecero, dopo
Analisi Psicologica n. 411990 — 17
essere stati anch’essi tanto temerari da mettersi nelle
mani della guerra.
Ma lo scrittore, quando rievoca quelle vicende, ce li
presenta lontani, assenti, inutili come gli dei di Omero,
come il Carlùn della Chanson de Roland. Pertanto, alla
Emilio Lussu di “Un anno sull’Altipiano” (di Asiago,
naturalmente) o di “Marcia su Roma e dintorni”, si
ascolta, finalmente, il coro dei veri protagonisti, di quelli
capaci di fare la storia, e poi di raccontare quello che
hanno fatto, quello che sanno fare, quello che hanno
visto e quello che sanno vedere. In questo modo nasce
l’epica.
Ci sono episodi rivelatori. Per esempio quello in cui
soldati greci e italiani, arrivata la sera e stravolti dalla
fatica del combattimento, cadono giù a dormire nel
bosco gli uni mescolati agli altri. Al mattino, quando si
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svegliano, ricominciano a combattere fra loro dal pun-
to stesso in cui avevano smesso la sera prima (Quota Al-
bania); come i “cavalieri antiqui” dei nostri poemi rina-
scimentali, che sospendevano il duello al calar delle om-
bre, per riprenderlo il mattino successivo, dopo una not-
te passata a discorrere piacevolmente con l’avversario.
O quello del cannone trovato ancora carico, dopo sei
mesi, sulle trincee austriache, e che inavvertitamente i
visitatori abusivi, giunti li filtrando tra le maglie dei posti
di blocco militari, fanno sparare: il tuono rimbomba
nella vallata deserta come il grido di Orlando, ormai
furioso. Del resto, quello spettacolo di cadaveri insepolti,
di massacri consumati fino all’ultimo giorno, è prodotto
da altrettanta furia, da eguale follia (L’anno della
vittoria). Ma non è tutto qui. Come Senofonte, Rigoni
Stern ama la caccia, e come l’autore greco ha dedicato
un trattato sul modo di praticarla, con cani, come i suoi,
che inseguono “il” lepre per tutta una giornata e, infine,
sportivamente quasi spiace loro di azzannarlo (Il bosco
degli urogalli).
Che dire infine de “Il sergente nella neve”?
Basterà citare due episodi. Nel primo, dopo un
demenziale attacco a un caposaldo russo nella steppa,
con strage di alpini, il nostro è inviato in ricognizione e
se ne torna caracollando in groppa a un cavallo
sottratto sotto le linee nemiche. Nel secondo, per farsi
riconoscere con certezza, il comandante di una squadra
di esploratori gridava, nel furore di una battaglia
notturna sul Don, il nome della propria fidanzata…
Ed eccoci qui, a celebrare i settant’anni ben portati
del nostro più importante romanziere vivente: il solo la
cui arte può stare a confronto con quella di Rodari, di
Lussu e di Primo Levi. Gli altri, talvolta molto più
famosi, sono scrittori di professione e di grande livello.
Ma nulla a che vedere con la consistenza umana
dell’impiegato del catasto, del chimico di Torino, del-
l’avvocato di Cagliari o del direttore didattico di Orta.
In questa intervista dunque ci appare nella sua vita
quotidiana, ritirato nel suo podere, a ragionare di
pensioni di guerra arrivate tardi o mai erogate, di
rapporti con la gente, di rapporti familiari.
L’argomento richiama il trattato contadino e un po’
taccagno della conduzione (economica) della casa dello
scrittore greco, dove la moglie dev’essere sottomessa (e
di lei basta il nome di battesimo; dei figli nemmeno
quello). Lo stile è invece permeato dal sentimento con cui
Senofonte rievoca i compagni di gioventù,tra cui,
soprattutto, Socrate: il sentimento dell’amicizia.
Del resto, a Senofonte si direbbe che Rigoni Stern
somigli anche fisicamente: si confrontino le immagini
che pubblichiamo con il ritratto marmoreo dell’Autore
classico (v.v.).
D – Lei è il cantore dell’Altopiano..
R – Sono nato qui, tra questi monti. Il mio mondo
è questo. Ma molto è cambiato negli anni. Dove una
volta c’erano il maniscalco e il fabbro, hanno aperto
negozi per turisti. Forse agli occhi delle persone che
vengono quassù i negozi assumono più importanza
del resto. Ma l’anima di Asiago è nelle contrade, nei
prati, nei boschi che ancora offrono possibilità di
reddito alla gente che ha voglia di lavorare.
Mario Rigoni Stern con il cane da caccia accanto alle arnie
D – Ma c’è ancora gente così?
R – Qualcuno c’è ancora. Ma il problema non è che
la voglia di lavorare si orienti o meno prevalentemente
all’agricoltura, com’era un tempo, quanto il fatto che
tutta la nostra tradizione culturale è legata all’econo-
mia della montagna. Qui, dove c’è stata sempre
emigrazione, da una ventina d’anni ci siamo stabilizzati
sui settemila abitanti, come eravamo alla fine dell’Ot-
tocento, la popolazione è invecchiata come dalle altre
parti perché nascono meno bambini: quando andavo
a scuola io c’erano classi di quaranta alunni. A partire
dagli anni cinquanta la nostra tradizione ha cominciato
a essere travolta.
D – L’arrivo della televisione…
R – Ma anche di un certo benessere. Chi oggi va nel
bosco a farsi la legna, chi si prende la briga di stare
dietro a un orto o alle api per esempio? Sono proprio
pochi, è molto più comodo anche qui in montagna
andare al supermercato per trovare tutto quello che
serve, come è molto più facile comperare un paio di
scarpe nuove che non riaggiustarle. Ci sono più soldi,
e va bene. Ma i talenti di ciascuno si direbbero
abbandonati, lasciati lì a imbalsamarsi.
D – Anche l’esperienza dei genitori?
R – Certo il clima intorno non è dei migliori per
favorire la riflessione dei figli sui fatti nei quali sono
stati coinvolti i loro padri o i loro nonni, per cui il
disinteresse e l’inerzia finiscono per prevalere e si
producono comportamenti demenziali. Per esempio
qualche tempo fa c’era in ritiro qui ad Asiago la
squadra della Roma. Un giovane, venuto fin qui per
seguire la sua squadra, è morto per l’altitudine. Avrà
avuto circa 30 anni e pesava quasi 200 chili. Altri
hanno imbrattato le case del paese con scritte idiote,
hanno picchiato due persone, mandandole in ospedale,
preso della roba dai negozi senza pagare e quando
qualcuno ha protestato hanno picchiato anche lui.
D – Difficile un dialogo.
R – Non sempre: continuo a ricevere centinaia di
inviti da parte delle scuole, e li accolgo volentieri,
perché penso si debba incominciare da lì, dalla scuola
il dialogo. Ho notato che gli alunni delle Elementari
e delle Medie sono più ricettivi, rispetto a quelli delle
Superiori. Ho avuto anche un incontro all’Università
Analisi Psicologica n. 4/1990 – 19
di Torino con circa 200 studenti di Magistero e i loro
professori, con cui avevano scritto una monografia
sulla seconda guerra mondiale. Mentre parlavo vedevo
che annotavano sui quaderni. Alla fine chiesi se
avessero da dire qualcosa.
vi She deo. A giUDi Covo siepeno. Nulla che ve
“Nulla che vi
interessi?” Mai visto un simile silenzio. Mi rivolsi
allora a un professore: “Come mai questi ragazzi non
manifestano nemmeno una critica, una sola riflessione
?” Rispose: “Hanno solo fretta di laurearsi e andarse-
ne.”
D – Se lo dice lui…
R – Dopo tanti anni di scuola sembrava che avessero
imparato soprattutto a non esprimere quello che
pensavano con la loro testa. Per questo spesso la
scuola “spegne” i talenti nei ragazzi.
D – Anche la sua?
R – La mia scuola è stata la montagna, la vita.
Quando avevo undici anni, andavo nel bosco a far
la legna. Ammazzare li maiale, prendere una gallina,
spennarla e cucinarla era un’esperienza normale. Se ci
penso potrei dire: “Com’ero bravo!”.. Ma era invece
una cosa che mi veniva spontanea perchè l’avevo vista
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fare o l’aiutavo a fare o addirittura la facevo. Perciò
quando mi sono trovato sulle montagne dell’Albania
e in Russia, non era un problema per me cavarmela,
mentre vedevo altri che perdevano la testa di fronte
a problemi banali come accendere un fuoco. Ciò che
per me era un’abitudine, per altri era un fatto strano,
addirittura imprevedibile. Ho cominciato a sciare a sel
anni, e poco prima della guerra avevo partecipato a
un’escursione sciistica di circa 500 chilometri, a quota
3000 – 4000 metri, per cui la vita nella neve e nel
freddo era un’esperienza comune. Certo in Russia
diventava un problema quando cominciavano a esserci
40 gradi sottozero e niente da mangiare, ma riuscivo
a trovare le risorse necessarie anche per affrontare
queste condizioni estreme di disagio, grazie alla mia
esperienza.
D – E i suoi alpini?
R – Nelle truppe alpine eravamo quasi tutta gente
guera, poi gia vivere in mita agira ra prima a elia
seconda guerra mondiale era ancora molto duro.
C’erano contrabbandieri, pastori, boscaioli, minatori,
emigranti, piccoli contadini di montagna, perciò gente
abituata a sopportare fatica, fame e disagi, gente che
aveva anche pratica nell’affrontare le difficoltà. Co-
struirsi una baracca, accendere il fuoco, trovarsi un
riparo: questa scuola di vita prima del militare ha
avuto una grande importanza quando ci siamo trovati
in certe situazioni, sia sul campo di battaglia, sia nel
campo di concentramento che abbiamo subito dopo.
Di queste cose hanno parlato nei loro libri anche altri
due miei compagni di Russia. Moscioni Negri, che ha
pubblicato “I lunghi fucili”, e Nelson Cenci.
D – La sua famiglia ?
R – La mia famiglia era molto numerosa, eravamo
più di venti persone; c’era il nonno, con i suoi fratelli
e le sorelle, poi c’era la zia, con il marito e i figli, poi
gli altri zii, altri cugini… Il nonno era quello che aveva
le chiavi morali (non ci servivano le serrature, le nostre
case erano sempre aperte).
D – Era il luogo dove tornare.
R – Il pensiero della mia famiglia mi ha sempre
accompagnato nei momenti più duri e mi è stato di
grande aiuto specialmente quando ero prigioniero in
Germania. Ripensavo continuamente alla mia casa, a
quando ci riunivamo alla sera, con la poca luce e
magari solo polenta e latte o polenta e formaggio sul
tavolo, e noi tutti intorno, tutti insieme a mangiare.
Quando i nazisti ci portavano a lavorare alla
ferrovia, al ritorno attraversavamo la campagna a
piedi e vedevamo le case dei villaggi con la luce
accesa. Vi passavamo accanto e c’era la gente attorno
al tavolo che cenava… Noi, nonostante la nostra fame
(perchè il pezzo di pane che ci avevano dato la
mattina l’avevamo già mangiato e non c’era altro) e
la nostra miseria, lasciavamo lì il cuore perchè quella
era l’immagine della nostra casa, dei nostri affetti
lontani.
D – Così è riuscito a sopravvivere.
R – La cosa importante che dicevo sempre agli
alpini era: restiamo uniti, perchè uno che è isolato
muore. Fare come in famiglia, stringersi insieme ci
rendeva più sicuri, più forti. Lo si vede tutti i giorni,
dove c’è isolamento c’è emarginazione ed esplodono
i problemi più gravi.
D – È una guerra anche oggi….
R – È una guerra; e per sopravvivere bisogna ancor
di più stringerci insieme, tenere saldi i rapporti fami-
liari. Come dicevo ai miei compagni: “Restiamo uniti
perchè chi va fuori nella tormenta muore, perchè
finchè siamo insieme, qualcosa da dividere lo trovia-
mo.”
D – E una volta a casa ?
R – C’è stata la delusione, il sentimento di non essere
stato compreso, che nessuno capisse l’ enorme soffe-
renza di cui eravamo stati testimoni. Quando raccon-
tavo che avevamo visto gli ebrei ammazzati come
agnelli lungo la strada in Austria, o deportati ai campi
di sterminio in Polonia, oppure raccontavo quello che
avevo passato io, anche persone vicine, anche persone
della famiglia sembravano non credere. Quando sono
tornato dopo venti mesi di prigionia, nel maggio del
1945, una volta, a tavola, accennavo alla fame, al
freddo, alle migliaia di chilometri a piedi nel peregri-
nare per l’Europa. Erano presenti anche i miei fratelli,
e mio padre venne fuori a dire: “Tuo fratello Toni ha
passato due notti sotto la pioggia a Pedescala – un
paese qui vicino -“perchè i tedeschi cercavano di
venire a incendiare ‘Asiago.” ” Papà”, , gli ho detto,
“due notti sotto la pioggia… io ho fatto anni sotto la
pioggia, sotto la neve.”
D – Cercava un termine di paragone…
R – Forse è così. Era troppo doloroso per lui
immaginare suo figlio sottoposto a quelle sofferenze,
e cercava di farsene una ragione, ricordando quello
che egli aveva patito le due notti con il pensiero di
Toni sotto l’acqua e i tedeschi in arrivo. Ma allora la
presi subito piuttosto male. Mi sembrò che siccome
mio tratello era vicino a casa (a cinque chilometri),a
mio padre chissa cosa erano sembrati due giorni sotto
la pioggia, mentre per me che avevo fatto migliaia di
chilometri nella neve, ero stato ferito ed ero soprav-
vissuto a tante vicissitudini, non avesse nemmeno la
stessa considerazione, solo perchè ero lontano.
D – Tanta sofferenza le apparve inutile.
R – Proprio così. Toni, almeno, aveva difeso Asiago,
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“…quasi ci sembrava di avere il torto d’essere rimasti vivi”.
la nostra casa. Mentre io che cosa ero andato a fare,
a rompere le scatole agli albanesi, ai greci, ai russi, a
lavorare gratis per i tedeschi? Quando sono tornato mi
sentivo quello che aveva dovuto rimetterci tutto, che
aveva pagato la pazzia di quelli che comandavano, e
a cui aveva dovuto obbedire, con gli anni della propria
gioventù e con la propria salute.
D – Era stato usato.
R – Ma proprio per questa amarezza di essere stato
più sfruttato, più danneggiato di altri, avrei voluto un
po’ di comprensione. Avrei voluto che tanto patimento
non servisse solo a me, che gli altri mi considerassero
almeno utile come un testimone di tante atrocità. Ma
invece scoprivo che neanche questo interessava, sem-
mai gli dava fastidio, perchè volevano dimenticare in
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fretta, non pensarci più, recuperare il tempo perso
nella guerra.
La gente voleva ballare, voleva divertirsi, voleva
esplodere, si riaccendevano le luci, si riaprivano le
sale da ballo, aveva ripreso il cinema.
D – E lei?
R – Chi come me, era tornato dalla Russia o dalla
prigionia, a vedere queste cose restava male. Avevamo
dentro ancora troppa morte che avevamo visto e
quasi ci sembrava di avere il torto di essere rimasti
vivi. Mi sentivo dimenticato nei patimenti subiti, non
perchè volessi farmi compiangere ma perchè sem-
brava che nessuno capisse il nostro dramma. Cè
voluto molto tempo per riequilibrare le cose, in più ero
molto malandato. Avevo sempre la febbre, ero molto
magro e dovevo cercare di trovare un lavoro per
guadagnarmi la vita. Ancora oggi, con alcuni miei
compagni di Russia, evitiamo di andare a far festa per
sempio a tutte quelle manitestazionı degli alpını
Direi proprio che le persone che sono state maggior-
mente coinvolte, sono quelle che a queste manifesta-
zioni non ci vanno.
D – È il dramma di chi ha capito, ma non viene
capito…
R – Sono in tanti che non hanno capito anche nel
campo della letteratura, e raccontano le cose come
vorrebbero fossero andate, pur essendo stati testimoni
dei fatti. Per non parlare di certe relazioni ufficiali
dell’ Ufficio Storico dell’Esercito. Se vogliamo lasciare
un’eredità positiva ai nostri giovani, per fare in modo
che non si ripetano cose come queste, dobbiamo riu-
scire a essere obiettivi.
D – Per noi sono indispensabili le persone come lei,
che capiscono, che ci aiutano a capire…
R – Sapere questo, che qualcuno da qualche parte,
raccoglie il mio messaggio, è ciò che ha sempre
sostenuto il mio impegno di scrittore. Poi capitano
episodi del tutto straordinari, come un giorno, in cui
ero nel mio campo di patate a lavorare e sono passati
dei gruppi di bambini delle colonie. lo li guardavo e
continuavo a lavorare. Avevo i guanti di cuoio sulle
mani. Saranno stati bambini di quarta o quinta ele-
mentare e i loro insegnanti indicandomi avranno
detto: “Quello lì è Mario Rigoni Stern, che ha scritto
“Il sergente nella neve”.
Mentre i bambini se ne andavano avanti, uno di loro
si è fermato ed è venuto vicino a me. Mi ha guardato:
“Ciao – mi dice – cosa stai facendo ?” “Sto raccogliendo
le patate”. Mi guardava e: “Tu sei quello che ha scrit-
to ‘Il sergente nella neve’?” “Sì, l’ho scritto”
E il bambino: “Sai, ho letto anch’io qualche pezzo
del tuo libro a scuola. Ma quelle mani, lì sotto ai
guanti ci sono?” “Certo” ho risposto “ho i guanti
per non rovinarmele con i sassi e la terra. Ma
perchè me lo chiedi?” “Tu avevi tanto freddo nelle
mani e hai raccontato che stavi perdendole. Vuoi
farmele vedere le tue mani?” Ho tolto i guanti e gliele
ho mostrate. Il bambino le ha prese e le ha toccate:
“Ma perchè fai questo?” gli ho chiesto. “Eh, perchè
queste sono le mani che hanno scritto “Il sergente
nella neve”.
SCHEDA BIOGRAFICA E BIBLIOGRAFICA
Mario Rigoni Stern è nato ad Asiago (VI)
Il novembre 1921.
Nel 1940 è sul fronte orientale in Francia, nel
1941 sul fronte greco albanese.
Nel 1942 parte con gli alpini per la Russia, poi
torna in Italia e riparte di nuovo. Nel 1943 partecipa
alla ritirata di Russia.
L’8 Settembre è preso prigioniero dai tedeschi
e internato in campi di concentramento in Austria
e in Polonia. Nel 1945 riesce a fuggire dal lager
in cui era prigioniero in Austria; torna a piedi in
Italia.
Nel 1946 trova lavoro presso il catasto di Asiago
e si sposa con Anna. Inizia a scrivere “Il sergente
nella neve” ricopiando i foglietti sui quali aveva
annotato, durante la prigionia, i ricordi della cam-
pagna di Russia. Nel 1974 collabora con “Il Mes-
saggero” con alcuni articoli sempre sulla campagna
di Russia.
Le sue opere in ordine di pubblicazione sono:
1953: “Il sergente nella neve” – ediz.Einaudi
(uscito anche in edizione scolastica)
Il libro ottiene il premio « Viareggio».
1962: “Il bosco degli urogalli” – ediz Einaudi
(uscito anche in edizione scolastica)
Il libro ottiene il premio «Puccini Senigallia»
1971: “Quota Albania” – ediz. Einaudi
1973: “Ritorno sul Don” – ediz.Einaudi
1978: “Storia di Tönle” – ediz.Einaudi (uscito
anche in edizione scolastica) Il libro ottiene
il premio «Bagutta» e il premio «Campiello»
1980: “Uomini,boschi e api” – ediz. Einaudi (uscito
anche in edizione scolastica)
1985: “L’anno della vittoria” – ediz. Einaudi
1986: “Amore di confine” – ediz. Einaudi
1989: “Il magico Kolobok” – ediz.La Stampa
1991: “Arboreto selvatico” – ediz.Einaudi
Il bronzo e il quadro vicino ai quali Mario Rigoni
Stern ha voluto posare nella foto,sono rispettiva-
mente di Augusto Murer (bronzo ispirato a “Il
sergente nella neve”) e di Francesco Tabusso (qua-
dro “La ragazza dispersa”, ispirato a “Ritorno sul
Sulla vicenda di Mario Rigoni Stern, sono state
composte anche due opere musicali “Nikolajewka”
e “Joska la rossa”.
D – Anchio sono venuto per toccare le sue mani
per accertarmi che ci siano ancora, per tanto tempo
ancora…
R – Ho scritto perchè non andassero perdute le
nostre esperienze. Tra tanti milioni di lettori, dalla
Cina alla Russia, dall’America alla Francia, alla
Germania, qualcuno c’è che riesce a capire che cos’è
la guerra.
D – Ma lei parla di gente, non di guerra.
R – È vero, sono uno scrittore di persone che la vita
ha portato anche in guerra, ma non solo. Di gente che
vorrebbe, ma non riesce a parlare di quello che gli
capita, di quello che gli è successo. Sapesse quanto ci
sarebbe da dire.
D – Anche adesso?
R – Anche adesso. Vorrei dirle di un uomo, che
abitava in un paese qui vicino ed era stato in Russia
con suo fratello, nell’artiglieria della Divisione “Julia”.
Suo fratello è tornato ed egli è stato fatto prigioniero:
è finito in Siberia a lavorare nei boschi e poi in Asia
Centrale nei campi di cotone, ha superato il tifo
petecchiale, è sopravvissuto al clima e alla dissenteria.
Finalmente nell’estate del 1946 è riuscito a tornare
in Italia. Arrivato a Bassano, non aveva un soldo in
tasca.
Gli dicono: “Adesso puoi tornare a casa”. È venuto
su a piedi. Era malato, era stanco, si fermava di notte
a dormire nei prati e poi riprendeva; finchè è riuscito
ad arrivare davanti alla porta di casa sua. Era di notte,
ha bussato alla porta, è venuto giù il padre, l’ha visto,
l’ha guardato in faccia e gli ha richiuso la porta.
L’aveva preso per un vagabondo.
D – Talmente era cambiato.
R – Era talmente conciato che neanche suo padre
l’aveva riconosciuto ed egli non aveva avuto la forza
di dire: “Papà, sono tornato”. Così si è sdraiato
davanti alla porta, accucciato come un cane; si è
svegliato alla mattina ed è rimasto lì disteso, finchè la
madre ha aperto e se lo è trovato davanti. Dopo un po’
di tempo, senza lavoro è emigrato clandestinamente
nelle miniere del Belgio. Tornato in Italia ha lavorato
nelle cave di marmo, dove ha perso un occhio. Ha
fatto domanda di pensione eppure non l’ha mai avuta.
D – Ma non ne aveva diritto?
R – Certo, ma questa gente è fatta così. Di fronte
alla lentezza della burocrazia non ha voce, non pro-
testa, preferisce arrangiarsi. Come quest’altro mio
amico, che durante la ritirata di Russia si era presa la
broncopolmonite. Dopo la convalescenza era riuscito
a tornare a casa.
Nel 1943 l’hanno richiamato nell’esercito della
Repubblica di Salò, ma ha preferito andare con i
partigiani. Finita la guerra ha voluto sposarsi. Eravamo
nell’autunno del 1945 e non aveva nessuna risorsa
economica. Allora insieme alla moglie è andato a
Trieste a vendere le pere cotte, le stringhe da scarpe
e le lamette da barba agli americani che erano di
stanza li.
Ha vissuto per anni con la moglie in un garage, e
dopo aver messo da parte qualche soldo, ha deciso di
andare in Germania dove ha messo in piedi una
gelateria e ha iniziato a guadagnare bene. Mi diceva:
“Prima ghe sparavo contro ai tedeschi che i eran là su
le montagne, adesso per viver, me toca andar là a
venderghe i gelati.”
Analisi Psicologica n. 4/1990 — 23
D – Lo spirito non gli mancava.
R – Oh, per questo, ne aveva da vendere. E aveva
anche una grande energia. Infatti si è rifatto economi-
camente, e tornato in Italia, e ha cresciuto i figli. Un
giorno è stato ricoverato in ospedale perchè stava
molto male, mi ha mandato a chiamare e mi ha detto:
“Mario, senti, a casa mia i dise che nei nostri paesi gan
la pension a destra e a sinistra, mi son sta malà de
broncopolmonite in Russia, adesso go i polmon che no
i respira pù, go un cor che nol funziona, ti te sai quel
che mi go fato e voria far domanda de pension. Non
per i soldi, che no go bisogno de soldi, ma che me
desser anca solamente domila lire al mese, che me
riconoscesser per quel che go fato.” Gli ho fatto
domanda di pensione, che è andata a Roma. La Corte
dei Conti deve ancora prenderla in considerazione; ed
egli è già morto da due anni.
D – Se avesse aspettato quelli…
R – Non era il tipo. Era piuttosto uno che sapeva
rimboccarsi le maniche. Ma chi aspetta c’è, soprattutto
chi non può fare altro che aspettare. Un giorno ero
andato in Svizzera a fare una trasmissione alla Radio
e dopo poco tempo mi arriva una lettera che dice:
“Vivo in un paese dell’Alta Valtellina dove non arriva
nè televisione nè radio italiana, riesco a sentire Radio
24 — Analisi Psicologica n. 4/1990
Monte Ceneri e ho seguito la sua trasmissione. Mio
marito è partito per la Russia tanti anni fa, io l’ho
accompagnato giù in fondovalle alla corriera e da
allora non so più niente. Ho ricevuto soltanto una
cartolina con su scritto “Disperso”. Mi potrebbe dire
qualcosa lei? “
, e mi manda i dati. Quell’uomo era
della mia Divisione, ma non potevo riconoscerlo
perchè era in un altro battaglione. Rispondo a questa
donna e le mando una copia del “Sergente nella neve”
Lei mi scrive poi un’altra lettera dove dice: “E il primo
regalo che ricevo in vita mia, ho 60 anni ed è il primo
regalo che ricevo”.
D – Le ha restituito quel commiato alla corriera.
R – “E nevicava, e l’ho accompagnato con l’ombrel-
lo, c’era brutto tempo, siamo andati giù per il sentiero,
poi abbiamo aspettato insieme la corriera e ci siamo
salutati. E non l’ho più visto”. Questo mi ha scritto.
D – E di quelli che conosceva?
R – Lì era anche più straziante. Come con la moglie
di Minelli, del sergente morto a Nikolajewka, dissan-
guato, dopo essere stato colpito da un colpo di anti-
carro. Era uscito sul “Giornale di Brescia” un pezzo
del mio libro, in cui raccontavo questo fatto. La
moglie di Minelli andò al giornale e si fece dare il mio
indirizzo. Ero all’Ufficio del catasto che lavoravo nel
mio sgabuzzino. “Permesso” sento, e vedo una signora
con due bambini. “Desidera signora” dico, perchè
pensavo che volesse qualcosa, una misura catastale.
“Sono la moglie di Minelli..Mi racconti.” E ho rac-
contato. Per lei. Per quei due bambini. Perché si
ricordassero sempre del loro papà, di quanto avesse
pensato sempre a loro in quei momenti.
D – E i suoi figli!
R – I miei figli hanno letto tutti i miei libri, hanno
conosciuto i compagni che venivano a trovarmi, li ho
portati presto a contatto con la montagna. Anche se
non ho raccontato loro tutti i particoları pıu drammaticı
(perché erano dei bambini), il valore emotivo e umano
delle mie esperienze credo che lo abbiano potuto ben
sentire e capire.
D.- E sua moglie?
R – Dopo che è stata in Germania a visitare i campi
di concentramento, si è resa conto concretamente di
quello che volevo dirle quando raccontavo della mia
prigionia. La realtà delle cose più tragiche, la dram-
maticità di ciò che ho vissuto sono riusciti a trasmet-
terle proprio i luoghi della tragedia.
D – E il rapporto con lei?
R – Sia mia moglie che i figli hanno avuto con me
un rapporto sereno. Questa serenità della vita privata
mi ha dato la possibilità di continuare a comunicare
per iscritto ciò che voglio dire. Le cose essenziali sono,
prima fra tutte, la serenità e il calore dei rapporti
familiari.
D – E con suo padre?
R – Era molto orgoglioso di me. È stato con noi fino
all’età di 88 anni, ha fatto in tempo a leggere tutti i
miei libri fino alla “Storia di Tönle”.
(intervista a cura di Maurizio Molteni)