La dis-abilità è solo una “ diversa difficoltà in più ! “
A cura di Enrico M. Restagno e Claudia Nugnes
Per comprendere meglio il mondo emotivo di una qualsiasi persona e certamente ancor di più, di un individuo portatore di disabilità, potremmo prendere spunto dal concetto di COMPASSIONE del quale sono intrise la religione buddhista e quella cristiana. La compassione non è certamente il provare pena, in senso negativo, per un essere umano. Compatire significa condividere e comprendere profondamente il mondo emotivo dell’altro. Il Dalai Lama, supremo rappresentante del buddhismo tibetano, afferma che la compassione è “… un atteggiamento interiore di profondo rispetto del prossimo; è un altruismo universale che sviluppa un senso di responsabilità verso gli altri: il desiderio di aiutarli concretamente a superare i loro problemi ”; il cristianesimo, con la sua massima espressione dell’ “ Ama il prossimo tuo come te stesso ”, ci indica chiaramente che, nel momento in cui ci si sente amati e accettati per come si è, si esprime la capacità di amare gli altri e questo significa essere disponibili a comprendere ed accettare le altrui diversità.
Amare il prossimo come se stessi significa, quindi, non squalificare l’altro, ma aiutarlo ad integrarsi all’ interno della propria famiglia, delle istituzioni, tra cui la scuola e nella comunità in cui vive.
Chi meglio di un genitore di un portatore di disabilità può capire cosa significa amare il prossimo? Chi meglio di un operatore o insegnante a contatto con il disagio può fare da cerniera tra la famiglia del disabile e il resto della comunità?
Chi ha una disabilità e la sua famiglia dovrebbero avere l’opportunità di trovare in ogni fase della loro vita aiuti concreti, interventi educativi, riabilitativi, socializzanti cioè relazioni qualitativamente improntate all’amore e al rispetto reciproco.
Far emergere nella relazione il valore della compassione significa quindi evitare qualsiasi svalutazione tra la famiglia del portatore di disabilità e chi di questo se ne deve occupare. Non è facile accettare un figlio/a con disabilità, con difficoltà fisiche a cui quasi sempre si aggiungono problemi di natura psichica ed emotiva.
Molti genitori vivono questo evento come una colpa da espiare e ciò comporta maggiori interferenze nel rapporto con i figli. Spesso accade che siano le madri che vivono questo sentimento di colpa per cui tendono ad avere un rapporto più protettivo e magari anche “ soffocante ” nei confronti del figlio/a. Ciò è comprensibile ma la compassione ci viene in aiuto: se non si riesce a far elaborare tale senso di colpa in colei che ha generato il figlio con disabilità, ciò può diventare controproducente all’emancipazione dello stesso ma soprattutto potrebbe minare la serenità familiare e creare maggior divisione nella stessa famiglia. L’elaborazione prevede, quindi, l’accoglienza, la comprensione, lo stimolo in positivo da parte degli operatori che si occupano del disagio in carico. Svalutarsi reciprocamente, senza intraprendere un cammino di valorizzazione di ogni aspetto nella relazione tra famiglia e servizi alla persona, lascia solo un senso di impotenza e frustrazione che a lungo andare non porta ad alcun cambiamento significativo.
Inoltre, educare alla compassione significa anche, in ambito scolastico, far riflettere coloro che circondano il mondo di chi è portatore di un “ disagio ”, che tale disabilità è solo una difficoltà in più che il loro compagno/a manifesta. Nel momento in cui si cerca di sensibilizzare gli altri alla comprensione profonda del disagio altrui, ognuno acquisisce maggior consapevolezza di sé. A volte, vivere in modo diverso dagli altri procura angoscia e paura, il sentirsi diversi dagli altri fa scattare la paura della follia, dell’ignoto, del rifiuto e della non accettazione. La mancata elaborazione di queste ombre porta all’emarginazione del diverso e al suo autoisolamento. Spesso coloro che sono portatori di disagio non si accettano e quindi fanno di tutto per non farsi accettare, magari provocando gli altri con atteggiamenti di aggressività o autolesionismo.
La motivazione di tali comportamenti è quasi sempre da ricercare nell’ enorme bisogno d’amore e nella voglia profonda di essere accetti per come si è.
Ciò non vuol dire che bisogna sopportare con rassegnazione ogni comportamento, ma contenere la rabbia, interpretarla, darle un nome ed elaborare i sentimenti negativi. Socializzare, quindi, in modo compassionevole non significa stare solo vicini al portatore di disabilità, comunque già buona cosa, ma entrare in rapporto con lui in modo responsabile, propositivo e comprendendo il valore di tale sofferenza per poterla così trasformare in relazione amorevole.
Come attuare, quindi, una relazione amorevole tra il portatore di disabilità ed operatore?
Un’ esperienza di disagio porta con sé senso di paura, incertezza, rabbia sia nei cosiddetti “normodotati” e soprattutto nei portatori di disabilità: tutti gli individui dalla nascita alla morte attuano un cammino, sono, e non solo biologicamente, chiamati ad un processo di crescita, di emancipazione che comporta dei cambiamenti, dei passaggi. Dato il disagio, il cammino di queste persone risulta, in genere , molto rallentato in stridente contrasto con l’accelerazione dei ritmi di vita attuali, come se energie vitali potessero essere di volta in volta investite quasi solo in una specifica direzione.
Ogni conquista, seppur minima, per il disabile, in genere, comporta tanta fatica per cui è facile che vada incontro a crisi depressive o che il suo processo emancipativo sia rallentato della paura di cambiare, di affrontare nuove difficoltà sentite come difficilmente superabili. E’ importante, invece, sostenere sempre l’unicità e l’originalità di ogni individuo portatore di disabilità , fargli/le scoprire tutto il suo mondo interiore e tutto ciò che c’è da scoprire, tutti i possibili talenti e valorizzarli, senza preclusioni pregiudiziali, senza etichettamenti di “ ciò che manca ”. L’omologazione della diversità non è una buona pratica! Due esempi molto particolari su tanti altri, nei quali, l’aver sostenuto l’Autostima, ha “ creato ” grandi uomini e personalità famose.
Milton Erickson, colpito nella vita da molteplici disabilità, anche gravi, oggi lo ricordiamo come il più grande ipno-terapeuta della storia, ottimo psichiatra e medico di fama internazionale; amava dire: “…..dentro ognuno di noi vi sono risorse tali per far fronte alle nostre sfide evolutive ” .
Andrea Bocelli, per un glaucoma congenito e a seguito, poi, di un incidente, è divenuto non vedente. Avvocato, oggi è uno tra i tenori più famosi e popolari del mondo…ha esplorato un’altra abilità e l’ha saputa utilizzare al meglio.
Come poter sostenere, allora, il portatore di disabilità, nella sua “ unicità ” ?
Talvolta sono proprio i genitori o le persone a contatto con i disabili, operatori, educatori, insegnanti, che fanno proprie queste difficoltà dei loro figli o dei loro assistiti, in quanto sono emotivamente ed inevitabilmente coinvolti nella stretta relazione con i loro assistiti, dalle “comunicazioni emotive ” che provengono dal disabile con cui sono a contatto.
Questo significa che l’operatore – operatrice in virtu’ della disponibiltà empatica all’ ascolto profondo avverte i sentimenti e le sensazioni che il ragazzo/a prova e comunica nel rapporto di cura, spesso in modo non verbale.
Talvolta di questo l’ operatore ne è consapevole e questo aumenta la qualità del rapporto aiutando il disabile ad affrontare con maggior coraggio i suoi conflitti psicologici.
Talvolta invece l’operatore non è consapevole delle comunicazioni emotive che gli comunica appunto la persona che assiste
Dunque in questo caso l’operatore senza un’ adeguata supervisione ,o confronto con altri colleghi-colleghe, rischia di caricarsi troppo finendo per non essere molto incisivo con i suoi assistiti
In effetti tutti, proprio tutti, siamo produttori di emozioni e le partecipiamo agli altri in modo immediato e involontario; la comunicazione emotiva è quella più genuina, diretta e consente di “ capirsi ” tra le persone, malgrado le parole.
Bisogna, quindi, prestare la massima attenzione a questa universale e primaria forma di comunicazione, che spesso è una delle poche alla portata di persone con gravi disabilità, per imparare a comprenderle meglio, per rispondere meglio ai loro bisogni, per godere appieno la ricchezza emotiva del rapporto.
I cambiamenti fanno già paura e creano disorientamento in situazioni“ normali ” , pensiamo allora a ciò che può avvenire in famiglia quando si ha la certezza che il bambino/a sarà portatore di una disabilità. Sentimenti di disperazione, senso di colpa, moti di ribellione, senso di impotenza si alternano nel cuore dei genitori e dei loro parenti ed oggi con valenze ancora più marcate in quanto la società dei mass media tende a stigmatizzare ogni diversità.
Senza amore non si vive, ciò è oramai risaputo e scientificamente provato da tempo, abbracci e cure parentali fanno star bene ed è per questo che l’abbraccio tra genitore e figlio o fra coniugi è usato da noi nel nostro metodo di counseling con strumenti psicoanalitici. E’ dunque in famiglia, con i suoi genitori che il bimbo, anche il portatore di disabilità , può adeguatamente sviluppare tutte le sue potenzialità perché non si può negare che tra genitore e figlio esiste un rapporto d’amore unico e speciale. E allora fondamentale offrire alle famiglie con disabili tutto il sostegno possibile perché si attivi un positivo processo di identificazione ed emancipazione. Come già ricordato il rapporto tra genitori e figli è sempre fondato su modalità simbiotiche ed è garanzia di sopravvivenza ed equilibrio psichico, mentre la nostra società è fondata su modalità economiche a garanzia della sopravvivenza fisica, ma, quando si utilizzano solo e sempre modalità economiche per obiettivi simbiotici la meta non è raggiungibile. Infatti, non è possibile sostituire gli affetti profondi con le “ cose ”, e comunque, ciò non dà i risultati sperati, anzi può essere fuorviante e dannoso in quanto non estingue i bisogni primari.
L’amore per i genitori, in particolar modo per l’omologo, dunque è l’unico vero porto per il figlio alla ricerca della propria identità; l’interferenza nella simbiosi ha come conseguenza una carenza di sicurezza, di autostima, insomma di equilibrio. Ciò lo è ancor di più per un figlio/a con disagio.
Anche una disabilità fisica può porsi come interferenza nel rapporto d’amore per le fatiche che implica e, in modo ancor più drammatico, nella sua realtà spesso non modificabile e per le implicazioni sul piano sociale che comporta. Ciò accade nonostante i genitori amino comunque i loro figli perché questo è una fatto naturale, spontaneo. Li amano e li accettano con i loro limiti e le loro difficoltà più di chiunque altro si occupi di loro, accettando le fatiche che questo spesso comporta. La sintonia emotiva che vivono coi figli permette loro di avvertire la situazione di sofferenza del ragazzo/a, ma anche la gioia e la positività della sua vita.
Se talvolta sembrano non capire o agire in modo controproducente è perché il loro coinvolgimento è tale che mettono in atto, “ agiscono ” , le conflittualità del figlio. A volte si sente dire che non accettano la disabilità del figlio, non vogliono rendersene conto, non vedono la realtà. Forse ciò che non vogliono vedere è l’etichettatura che esclude, che emargina, che squalifica. Ciò che vogliono sottolineare, magari in modo non sempre adeguato, è la pari dignità umana del figlio; ciò che vogliono salvaguardare è la possibilità del figlio di avere relazioni umane dignitose, non pietistiche o fasulle: queste sono esattamente le cose che il loro figlio desidererebbe per se stesso. Può anche accadere, proprio in ambito scolastico, che i genitori iscrivano i figli, magari con gravi deficit soprattutto comportamentali o emotivi e quindi con problemi di apprendimento e bisognosi di sostegno, senza informare gli insegnanti di questo fatto. Il timore del giudizio e della squalifica, e quindi dell’emarginazione è tale da far negare anche dati di fatto. Spesso, le difficoltà ad accettare le limitazioni sono più del soggetto che le vive che non di chi gli sta accanto. Certi atteggiamenti, poi, possono essere un modo, forse non immediatamente interpretabile, di opporsi alla modalità sociale di oggi che ci vuole tutti belli, bravi e produttivi allo stesso modo e nello stesso tempo.
Chi è diverso, i bambini/e portatori di una disabilità, i poveri, lo straniero, subisce sempre un trattamento di esclusione. La famiglia è l’ambito in cui la persona disabile o meno, trova l’accettazione o comunque desidera trovarla per poi aprirsi al mondo e agli altri rapporti. Data la funzione rassicurante dei rapporti familiari è importante che gli operatori, gli insegnanti non si pongano in contrapposizione ai genitori e non accettino la squalifica che talvolta il figlio stesso porta.
Concludendo, la percezione che la realtà anche degli alunni, oggi, è più complessa come se i problemi siano in aumento è corrispondente anche ad una maggiore attenzione ai problemi stessi e alle difficoltà dei ragazzi; questo potrebbe e dovrebbe spingere la Scuola verso un cambiamento che rimetta al centro l’unicità e l’originalità della persona, non per appesantire il lavoro del docente ( attenzione a tutti, programmazioni differenziate, relazioni continue, burocrazia varia…. ), ma per cogliere la ricchezza che nasce dalla diversità.
La crisi spinge al cambiamento e il cambiamento è Vita. La crisi è un sintomo non la causa della sofferenza.
Vogliamo essere amati.
In mancanza di ciò, ammirati. In mancanza di ciò, temuti.
In mancanza di ciò, odiati e disprezzati.
Vogliamo suscitare negli altri qualche sorta di emozione.
L’anima trema davanti al vuoto e ha bisogno di un contatto a ogni costo.
Hjalmar Sodemberg
Cenni bibliografici
AA.VV, Corso formativo volontari per l’handicap, Milano, 1993.
B. BAUDOUIN, La Vita, l’Amore, la Felicità, Armenia, Milano, 2001.
Sottoscrivo e condivido ogni parola. Anche se l’articolo si focalizza principalmente su diversità e disabilità, la necessità di rimettere al centro l’unicità della persona risuona con forza anche nella mia realtà di docente CPIA, dove lavoro con alunni prevalentemente stranieri.
Spesso le barriere linguistiche, lo sradicamento e i traumi migratori creano forme di vulnerabilità e isolamento che, pur nella loro specificità, non sono lontane dalle fatiche vissute dagli studenti con disabilità. In entrambi i casi, la risposta a una complessità dilagante non può ridursi a un mero adempimento burocratico o a programmazioni standardizzate calate dall’alto. La vera svolta richiede una pedagogia dell’empatia.
I nostri studenti, prima ancora delle nozioni, cercano un luogo in cui la propria storia e le proprie ferite personali siano accolte con compassione e rispetto. Valorizzare l’originalità di ciascuno — che si tratti di neurodiversità o di un background culturale differente — significa smettere di guardare alla diversità come a un carico di lavoro in più per il docente. Diventa invece l’occasione per trasformare la scuola in un autentico laboratorio di umanità, dove la pluralità delle esistenze non impoverisce, ma arricchisce profondamente l’intera comunità educante.
Cara Bianca, oggi proprio un collega del mio Istituto Comprensivo di Opera, il Prof.re Gianluigi Capurro, che da anni si occupa di inclusione, dopo aver letto l’articolo mio e di Claudia e le risposte, soprattutto la tua, ha voluto dirmi di aver apprezzato le tue riflessioni relative al lavoro svolto nei CPIA ( Centri Provinciali Istruzione Adulti ). Convenivamo nel dire che, in un processo educativo fondamentali sono le nozione, certo, ma essenziali sono le attenzioni alle storie personali delle nostre studentesse e studenti. Ogni storia umana custodisce emozioni e vissuti profondi che non possono non essere considerati in un cammino di emancipazione anche culturale e didattico, in modo particolare se svolto in età adulta e magari con situazioni personali talvolta già compromesse dalla stessa vita.
A tal proposito, mi piace ricordare, spesso, una frase di Jung che recita così : ” Atto d’Amore è accogliere in noi la parte più ferita e fragile, accorgersi che dobbiamo amare l’ultimo degli uomini perché arriva il terribile momento in cui ci accorgiamo che l’ultimo degli uomini siamo noi. ” Tutto ciò non è facile né scontato, ovvio, perché le difficoltà sono sempre all’angolo, però il tendere e la volontà ci devono essere, poi la vita darà anche le risposte ad ogni singola storia e alle scelte personali che si intraprendono.
Nel mio Istituto si cerca, per come possiamo e con gli strumenti che si hanno a disposizione, di intraprendere questa visione, lavorando in sinergia con la Dirigente e le altre figure di sistema, valorizzando al meglio le diversità, senza trascurare le capacità di tutti e tutte…nell’ordinario, ci si impegna per questo; poi, la perfezione non è di questo mondo, per fortuna e tutto può e deve essere sempre migliorabile.
Grazie di Cuore Bianca per tutto il lavoro che tu e i tuoi colleghi e colleghe portate avanti con progetti mirati ed efficaci, soprattutto per supportare le situazioni fragili con background migratorio.
Complimenti per il vostro articolo, avete affrontato il tema della disabilità come unicità nel nome della capacità di sentire: amore come rispetto, socializzazione come diritto di tutti e compassione come capacità di capire l’altro.
Grazie,avete toccato il mio cuore con una insolita dolcezza.
Si sentono profondamente la tua passione e il tuo impegno a favore di soggetti più fragili e questa sensibilità e’ un dono, cara Angela. Hermann Hesse diceva : ciò che rende l’ esistenza preziosa sono solo i nostri sentimenti e la nostra sensibilità.
Grazie Angela e continuiamo nella nostra preziosa opera di vicinanza a chi ha più bisogno.
Bellissima e profonda pubblicazione.
Mi suggerisce una riflessione: ribaltando le condizioni è la società odierna disabile, ossia “non abile”, ad accogliere e aiutare le persone con disabilità.
La speranza è che ognuno di noi vada sempre più in direzione della compassione, nella sua accezione positiva di aiuto.
Mauro questa tua riflessione così bella così profonda mi ha fatto venire in mente un’ omelia del Cardinale Carlo Maria Martini, da me amato e guida spirituale e interiore, che recitava cosi’ : “…ma e’ compito di tutti ricercare il perché del dolore umano, educare al senso umano del soffrire, aiutare a vivere questo senso, impegnarci a livello individuale e sociale.” Grazie Mauro per la tua sensibilità e per la ricerca spirituale e culturale che mostri anche negli aspetti quotidiani…e nella preziosa attività del camminare che non è semplice camminare, e’ vedere e ” sentire “.
Complimenti per questo articolo così pieno di verità e delicatezza.
Condivido tanto di quanto letto, grazie!
Elisabetta cara, ogni atto d’amore che nella nostra vita offriamo a chi e’ più fragile, diviene una missione ed è motivo di crescita per chi riceve e per chi dona affetto profondo.
Erich Fromm: ” L amore e’ un atto di volontà, una decisione di portare tutta la mia vita nella vita dell’ altra persona “. Dedicata anche a te, grazie.
Grazie Enrico e grazie Claudia per questo articolo che sposa appieno il mio quotidiano lavoro con alunni con disabilità.
Prezioso approfondimento che ribadisce la necessità di attivarsi su più fronti :dare supporto a colleghi che, non avendo strumenti, si sentono spaventati e sopraffatti dal rapporto con i ragazzi, incontrare genitori con il bisogno di sentirsi compresi e accolti, muoversi in un sistema scolastico poco pronto e strattonato da una burocrazia che intralcia il lavoro educativo e sottrae energie preziose da dedicare alla persona .
Grazie ancora
Mara, ringraziandoti profondamente per tutto ciò che fai nel tuo ruolo importante per l’inclusione e per cercare di rendere più facile la vita a chi si trova in condizione di fragilità, volevo dirti che in te, nel tuo cuore, arde una fiamma, che poi è quella per la passione per la cura degli altri/e in modo olistico: anima, mente e corpo.
Ippocrate, medico greco, affermava che il corpo rinvigorisce per rinforzare lo spirito.
Grazie Mara.
Che bel contributo, mi ha colpito soprattutto per la sensibilità con cui affronta un tema così delicato e per il modo in cui mette al centro la persona, la sua unicità e le sue potenzialità, andando oltre ogni etichetta. Una riflessione particolarmente significativa per chi vive, come noi, ogni giorno la scuola. Complimenti!
Alessandro grazie per questo commento sentito. Mi piace spesso ricordare ai miei allievi e allieve, più grandi, che ognuno di noi è UNICO ed IRRIPETIBILE ( anche agli ” occhi ” di Dio, aggiungo! ). La tua sensibilità mi ha toccato e ancora di più mi fa dire: nessun individuo è solo una ” etichetta “, una ” diagnosi ” e che ogni pregiudizio blocca il possibile cambiamento che, invece, bisogna sempre auspicare e sostenere.
La psicologia umanistica ce lo ricorda e il suo fondatore Carl Rogers nei suoi studi ha fatto emergere sempre che una persona è più grande delle sue ferite e infinitamente più complesso di qualsiasi definizione clinica.
Ogni tipo di diversità è arricchimento, se ci si pone in ascolto, col Cuore e con la mente.
Continuiamo a farlo nel nostro lavoro e nella nostra Vita, grazie ancora Alessandro. ( …diciamo che nel nostro Istituto Comprensivo siamo in molti a farlo, in ogni ordine e grado… ci tengo a dire qui quanto ho imparato anche da alcune colleghe dell’infanzia e primaria perché qui risiedono le radici e come diceva il Cardinal Martini, bisogna sempre seminare, da subito, perché prima o poi ci sarà il raccolto. Se non si semina…
Complimenti per questo articolo, avete usato grande cuore, attenzione e profondità, oggi necessari più che mai. Bravi!!!
Il tema molto profondo e troppo spesso sottovalutato, cosi’ amorevolmente illustrato, fa capire che c’è spazio anche per “loro”e che spesso “loro” hanno tanto da dare, piu’ di quanto noi crediamo. Bell’articolo Enrico! Ci illumini con pensieri semplici e pieni di buoni propositi. Allarghiamo i nostri orizzonti!
Enrico, una persona speciale piena di sensibilità e talento nel suo lavoro. Ho letto tanti lavori scritti da Enrico ed ho conosciuto e frequentato la scuola dal quale lui ” viene “.. una scuola volta alla ricerca del Vero Ben Essere più profondo. La filosofia come si legge anche in questo bellissimo articolo è puntare sempre All Amore ed alla ricerca della Gioia tramite l Amore stesso sempre in ogni sua forma ed aspetto . Si parla di rapporto con le proprie Radici e Genitore Omologo. Anche in questo tema affrontato in questo articolo capiamo che l abbraccio ed il rapporto con lo proprie radici sono fondamentali e cura vera per l anima anche davanti a situazioni come la disabilità. Potrei dilungarmi a lungo perché conosco a fondo questa dottrina. Non è una scuola ma è un credo di pensiero nel mix tra spiritualità Amore Gioia radici e anche Fede. Le proprie Radici possono curare tutto anche status come questi affrontati nell articolo medesimo. Mi è piaciuta molto l’elaborazione della parola Compassione. (Per amare bisogna comprendere ed accettare e non sono limiti ) e la Compassione aiuta i più fragili .
Alessandro caro, quanto” cammino ” hai fatto e quanta preparazione e sensibilità dimostri … il metodo del Dott.re Volpi, ( il prezioso fondatore! ), prima e poi dei Dott.ri Bassi e Zambulin e in seguito appreso da me, ha toccato la tua Anima… le radici sono per te essenza e ricordo sempre la tua ricerca anche spirituale, l’amore per la luce in ogni sua forma… di tutto ciò, sono io a ringraziare te, esempio di curiosità, di voglia di apprendere e di crescita personale.
Come spesso ci diciamo e ci siamo detti: solo l’ Amore guarisce in profondità.
Grazie per i complimenti, espressi da te assumono grande significato e continuiamo a ricercare e a crescere individualmente e come esseri inseriti nel nostro contesto sociale.