Seleziona una pagina

Introduzione all’intervista

di Michele Bellomo

Il famoso calciatore dell’Inter Evaristo Beccalossi che da qualche anno ha smesso di giocare a

calcio, racconta le sue esperienze sportive nell’intervista che mi ha concesso il giorno 26 Maggio

2009.

Anche se da tempo ha smesso di essere campione sul rettangolo di gioco, leggendo l’intervista, si

comprende come anche oggi continui ad esserlo sotto un’altra forma.

Prima di entrare nella sede di Telelombardia, dove mi aveva dato appuntamento per l’intervista, mi

sentivo molto emozionato ma altrettanto fiducioso del fatto che sarebbe stata una bella intervista e

infatti tutto è andato per il verso giusto.

Quando poi sono uscito mi sentivo euforico e soddisfatto, avevo avuto la sensazione di fare una

chiacchierata con un amico davanti ad un caffè. Abbiamo stravolto gli schemi, (solo un campione è

in grado di farlo), facendo l’intervista nella zona fumatori di Telelombardia, fuori all’aperto.

Mi sono sentito molto a mio agio ed ho avuto la sensazione che tra di noi, mentre parlavamo, ci

fosse uno scambio di energia quasi percepibile a occhio nudo. Ho pensato molto a questa

sensazione ed alla fine ho compreso che non era dovuta alla suggestione di trovarsi di fronte ad

una persona famosa bensì all’atmosfera emotiva positiva che egli stesso riviveva raccontando i

ricordi più significativi legati ai suoi rapporti familiari. Ho capito che i ricordi della sua vita

calcistica e familiare sono sempre vivi dentro di lui e quando ne abbiamo parlato si sentivano

nitidamente tutte le emozioni che aveva provato quando era un bambino, quando poi è diventato un

campione e quando ha lasciato la carriera di calciatore.

Non c’è niente di più importante che continuare ad avvalersi di quanto imparato nel rapporto con il

proprio genitore omologo e Beccalossi è un esempio di tutto ciò.

Mattone dopo mattone… si continua ad essere campione!

Intervista del 26 maggio 2009 di Michele Bellomo ad Evaristo Beccalossi

Nato a Brescia il 12 Maggio 1956, proviene dal vivaio del Brescia, militante in serie B, con la

stessa squadra si aggiudica il Campionato Primavera 1974-1975 da titolare, poi viene acquistato

dall’Inter nel 1977-1978

Con la maglia dell’Inter diviene Campione d’Italia 1979-1980 e vince anche il Mundialito per club

1981 e la Coppa Italia 1981-1982.

Viene preso in prestito alla Sampdoria nella stagione 1984-1985 e con questa squadra vince la

Coppa Italia. Termina la carriera da professionista nel Barletta in Serie B, ottenendo una

salvezza.

Nella sua carriera ha totalizzato complessivamente 249 presenze e 30 reti in Serie A e 159 presenze

e 23 reti in Serie B più 7 presenze nella Nazionale Italiana di Calcio e un gol tra Italia Under-21 e

Italia Olimpica.

~ 1 ~Dopo aver lasciato il calcio ha lavorato per una multinazionale giapponese (Sony), attualmente è

un apprezzato opinionista sportivo in alcune trasmissioni televisive e collabora con la NET 1

Pubblicità.

Fantasista, destro naturale che con l’allenamento sviluppò maggiori qualità con il piede sinistro,

tali da farlo ritenere mancino.

Quando ci siamo sentiti per telefono ho avuto la sensazione di una persona concreta disponibile e

diretta. E’ il tuo carattere oppure lo sport ti ha aiutato a crescere anche in questo senso?

“Mi ha aiutato lo sport ma se devo essere sincero mi ha aiutato anche il mio lavoro in televisione.

Le prime volte che mi inquadrava la telecamera iniziavo a sudare e arrossire. La mia vita è stata

tutto un percorso di miglioramento in questo senso, sono stato bravo e fortunato nel riuscire a fare

sempre quello che volevo anche dopo l’esperienza di calciatore.”

Come sono stati i momenti in cui hai smesso di giocare a calcio?

“Avevo 32 anni, ero ancora giovane e avrei potuto continuare ancora qualche anno. C’è stato un

episodio che mi ha convinto a smettere. Non sono stati momenti difficili perché io ho sempre avuto

dei valori di lealtà e correttezza dentro di me. Mi ero accordato con un presidente per essere

proprietario del mio cartellino alla fine della stagione calcistica, così l’anno successivo avrei potuto

giocare dove volevo. Lui ha tradito la mia fiducia, mi ha ingannato e ha cercato di ricavare dei soldi

dalla mia eventuale cessione. Così, per ripicca, impulsivamente ho smesso, dicendogli che piuttosto

di dargliela vinta sarei andato a giocare nei dilettanti. Questi erano i valori con cui mio padre mi

aveva fatto crescere, uno più uno faceva sempre due e le cose dovevo conquistarmele mattone dopo

mattone.”

Consigli a chi ha un figlio che pratica sport?

“Ultimamente noto che i genitori fanno delle pressioni sul loro figlio perché sfondi nel mondo del

calcio, la maggior parte delle volte questo avviene perché vogliono risolvere dei problemi

finanziari. In questi tempi in cui la vita è più frenetica e ci opprime, bisognerebbe fare sport con il

giusto equilibrio e con la giusta consapevolezza. Soprattutto dai 10 ai 14 anni noto che molti ragazzi

che vengono oppressi nel fare sport ad un certo livello si rivoltano contro i genitori ed hanno un

rifiuto verso una disciplina sportiva che fino a poco tempo prima avevano amato. Un ragazzo deve

sapere che il proprio genitore c’è ed un genitore lo deve proteggere sempre e aiutare quando lui

chiede aiuto. Anche gli allenatori dei settori giovanili pur di dimostrare che sono vincenti e che

hanno ottenuto dei risultati positivi non controllano la crescita dei ragazzi nel modo corretto.

Questo è un messaggio in un certo senso complesso perché rischia di essere confuso con una voglia

di ritorno al passato. Non sto dicendo che dobbiamo tornare a come eravamo ma dico che ci

vorrebbe maggior equilibrio e maggior consapevolezza da parte di tutti coloro che vivono da

protagonisti o da spettatori lo sport.”

E’ più importante avere talento oppure determinazione?

“Quando un ragazzo ha del talento deve poterlo esprimere liberamente, senza condizionamenti

esterni. I genitori devono far sentire la loro presenza e deve passare il messaggio che loro saranno

presenti nei momenti di difficoltà, ma non devono essere invadenti.

Mi ricordo che ero un ragazzo esile e gracilino, ma con il pallone sapevo fare tutto. Nonostante

questo, quando era arrivato il momento di fare il salto di qualità verso il professionismo ho avuto tre

o quattro allenatori che proprio non mi vedevano. Io non mi sono mai perso d’animo, se non

giocavo spendevo il mio tempo andando contro un muro a palleggiare, prima col destro e poi col

sinistro. Cercavo di imparare sempre di più, di migliorare, non buttavo di certo via il mio tempo.

~ 2 ~Non bisogna mai perdere la fiducia, infatti dopo 4 anni ho trovato un allenatore (Mauro Bicicli) che

stravedeva per me e ho fatto il salto di qualità.”

Quando ho detto a mio papà che avrei intervistato Beccalossi lui mi ha risposto “Beccalossi è un

uomo in gamba perché ha saputo inventarsi di nuovo dopo la carriera calcistica”. Come sono

stati quei momenti?

“Ho sempre tenuto i piedi per terra così quando ero alla fine della mia carriera avevo già gettato le

basi per il mio futuro lavorativo e non è stato un problema smettere ma una libera scelta. Non mi

sarebbe piaciuto fare l’allenatore, a livello televisivo avevo già iniziato a fare qualcosa e avrei

potuto anche collaborare a livello dirigenziale con l’Inter, ma durante la mia permanenza a Milano

ero diventato amico del presidente della Sony Italia così mi è stato offerto un lavoro nel settore

commerciale ed ho accettato mettendoci la faccia e ripartendo da zero con una nuova sfida. L’ho

fatto per 13 anni. Nel frattempo non avevo mai mollato la televisione così dopo l’esperienza con la

Sony Italia ho trovato lavoro qui a Telelombardia sfruttando le conoscenze che avevo acquisito nel

settore marketing.”

Hai qualche ricordo del rapporto con tuo papà nel periodo in cui eri un calciatore?

“Mio papà era uno juventino. In una famosa sfida tra Inter e Juve io realizzo il secondo gol e dopo

la partita esco dallo stadio felice come non mai. Lui si avvicina e mi dice ‘Proprio tu dovevi fare gol

alla mia Juve?’ In quel momento ho rivisto tutto il mio percorso da bambino quando lui non mi

spingeva mai a fare certe cose ma ero sempre dietro di me pronto a proteggermi in ogni situazione.

Quella frase per me racchiudeva tutti i sacrifici che lui aveva fatto per vedermi realizzare un sogno.

Una delle prime cose che ho fatto con i miei guadagni è stato cambiargli la macchina ma anche in

quel momento non ci siamo dimenticati di quando in fabbrica guadagnava 400milalire al mese ed

un paio di scarpe con i tacchetti costava 19milalire, oppure di quando non voleva che io andassi in

bicicletta con la nebbia perciò quando finiva di lavorare alle sei di sera veniva al campo a prendermi

e piegava la Graziella in due per caricarla nel portabagagli. Quando mi ha detto quella frase ho

capito che la mia famiglia ce l’aveva fatta.

Mio padre non è mai stato oppressivo nonostante, come tante famiglie operaie avessimo bisogno,

non mi ha mai addossato il peso le responsabilità di dover fare per forza calcio. Quando dicevano

che ero gracile e dovevo andare in palestra io rispondevo che volevo giocare a calcio e non

diventare Ercole o Sansone. Così a 16 anni ero già in serie B.”

Beccalossi a volte spariva dal gioco. Era genio e sregolatezza. Nel mio piccolo anche io gioco a

calcio e a volte mi capita la stessa cosa. Inizio a pensare ad altro e perdo la concentrazione. Sei

mai riuscito a capire il perché di quei momenti?

“Innanzitutto mi piace moltissimo la definizione genio e sregolatezza perché credo che nel calcio

non ci sia mai niente di certo. E’ così anche per i giocatori magari sulla carta sono dei campioni e

poi quando li trasferisci nella tua squadra non dimostrano il loro valore. A 53 anni ripenso spesso a

queste cose e ricordo quegli interminabili ritiri prima delle partite, dal venerdì alla domenica. Io ero

in camera con Oriali e a volte gli dicevo di sentirmi in gran forma. Poi entravo in campo la

domenica e la prima palla che stoppavo mi andava a 5 metri… Oppure la domenica dopo ero mezzo

infortunato e c’erano tutti i presupposti per giocare male ma facevo un partitone! Io questa cosa non

l’ho ancora capita, penso che facesse parte del mio genio e sregolatezza. Quando giocavo nell’Inter

ero sempre in giro, viaggiavo molto tra Milano e Brescia ma sono stati gli anni migliori della mia

carriera. Quando sono andato alla Sampdoria ero tutto casa e allenamento. Quell’annata è stata una

delle più buie, ho fatto solo nove partite…

Io ero un cane sciolto, un istintivo e nei momenti di difficoltà davo il meglio mentre invece nelle

situazioni piatte mi appiattivo.”

Come mai giocavi sempre con i tacchetti di gomma?

~ 3 ~“Io ho sempre indossato tacchetti di gomma, anche quando pioveva. Prima della partita l’allenatore

mi chiamava per controllare che scarpe avessi scelto, allora io indossavo quelle con i tacchetti in

ferro poi appena mi aveva controllato le cambiavo subito. Mi ricordo di avere preso anche delle

multe ma i tacchetti in gomma mi davano meno equilibrio, avendo poi un gioco molto basato sul

dribbling i tacchetti in ferro si impiantavano nel terreno e andavo incontro a problemi muscolari.

I tacchetti in gomma poi mi aiutavano a concentrarmi di più perché era più difficile stare in

equilibrio ma ero sicuramente più agile e scattante.”

C’era qualche forma di sostegno psicologico per i giocatori?

“No. Il supporto psicologico eravamo noi. Erano le mie lunghe notti in camera con Oriali, che per

dormire doveva bere non so quante tisane, era la mia camera dove il fumo delle sigarette sembrava

nebbia, non c’era nemmeno la tv. Così nelle interminabili notti insonni continuavo a visualizzare

quello che sarebbe successo il giorno dopo, focalizzavo l’avversario che mi avrebbe marcato

durante la partita e pensavo a come avrei potuto metterlo in difficoltà. Oggi invece sono cambiati

completamente i tempi. I giocatori hanno il computer, la tv, il lettore mp3, hanno un loro sito

internet. Le società hanno dei collaboratori esterni che supportano gli atleti dal punto di vista

psicologico. Io ho il massimo rispetto per queste cose ma il calcio è talmente singolare che è la tua

motivazione a fare la differenza. Ovviamente se un giocatore è in difficoltà sul piano personale

allora è chiaro che si deve affidare a dei professionisti ma in una situazione di normalità credo che

ci siano altre cose che fanno la differenza. Io faccio sempre l’esempio di quando nei ritiri ci

trovavamo in 14 in una camera, si trasgrediva prendendo delle pizze ma si faceva gruppo ed era un

modo per caricarsi a vicenda. Adesso ogni giocatore è un’azienda, ogni giocatore ha un

commercialista, un procuratore e un avvocato. Così una società deve gestire 24 aziende per

raggiungere i suoi obiettivi. Questa è la differenza tra ieri e oggi.”

Cosa manca al calcio di oggi che c’era quando giocavi tu? Cosa è migliorato invece?

“Oggi manca la spensieratezza. Io negli anni ’80 ho firmato dei contratti dove non guardavo la cifra,

il solo fatto che ci fosse scritto F.C. Internazionale bastava a convincermi. Prima firmavo e poi

guardavo cosa avrei guadagnato. Adesso mi piacerebbe vedere dei calciatori che, proprio per il fatto

che guadagnano di più e che quindi hanno già risolto i loro problemi economici, si dedicassero un

po’ di più alla gente e ai tifosi. In fondo basta così poco…

Le cose che sono migliorate sono indubbiamente il livello tecnico e le prestazioni fisiche. Oggi si

gioca ogni tre giorni e spesso si fanno due allenamenti al giorno, i nostri carichi di lavoro durante la

settimana erano molto più leggeri. Quando giochi a calcio ti abitui a sentire certi rumori e certe

sensazioni, anche questo ti aiuta a cogliere le differenze tra ieri e oggi.

Ad esempio il rumore dei contrasti di gioco che sentivo nelle nostre partite non è assolutamente

paragonabile a quello di oggi. Oggi è decisamente più forte e amplificato. Il rumore della corsa

sull’erba è completamente diverso, oggi sembra che volano. L’unico giocatore che quando giocavo

mi ha fatto sentire il rumore che percepisco oggi si chiamava Maradona, quando correva ti faceva

pensare ad un animale rapido e selvaggio come un puma.

A volte mi scontro con i miei ex colleghi perché loro sostengono che avrebbero potuto giocare

anche adesso. Io personalmente ringrazio Dio di aver giocato in quegli anni perché se fossi nato in

quel periodo non so se ce l’avrei fatta…

Molti dei miei ex colleghi sono molto arrabbiati perché vedono quello che guadagna oggi un

calciatore, non riescono a vedere il lato positivo di essere stato un giocatore. Io oggi ho 53 anni a

sto ancora beneficiando delle porte che mi si sono aperte per il solo fatto di essere stato un

calciatore.”

Secondo te un allenatore dovrebbe occuparsi di cose tecniche oppure essere attento all’armonia

tra i giocatori?

~ 4 ~“L’allenatore oggi deve essere anche un bravo psicologo, non bastano più le competenze tecniche.

Una volta bastava gestire un gruppo oggi si dà molta importanza alle diverse personalità all’interno

del gruppo, anche perché in una rosa ci sono sempre sei o sette persone che vanno gestite in un

modo particolare. Non sono necessariamente i più forti, possono essere anche quelli che hanno un

carattere difficile, frutto anche della loro storia di vita.

L’allenatore deve inoltre avere il carattere per fare delle scelte che ritiene siano le migliori per la

squadra e deve avere la forza di essere chiaro con tutti allo stesso modo. Quindi deve premettere che

di domenica in domenica comunicherà la formazione senza dare particolari spiegazioni ai singoli

perché tutti sono giocatori di prima fascia e le scelte vengono dettate esclusivamente da motivazioni

tecniche. Poi ovviamente c’è il giocatore che va incoraggiato e motivato durante la settimana,

magari dicendogli cosa ci si aspetta da lui. Questo indubbiamente porta l’atleta a dare quel qualcosa

in più che fa la differenza. O magari c’è quello troppo euforico che va aiutato nell’incanalare le

proprie energie.

Gli allenatori di oggi in questo senso sono migliorati, anche perché è decisamente più complesso

lavorare in un team così articolato come il loro.

Ai miei tempi gli allenatori tendevano a dividerci in giocatori prestanti fisicamente e non, però poi

pretendevano che io corressi come il mio compagno Marini, che aveva caratteristiche opposte alle

mie. Oggi invece un campione come Ibrahimovic viene fatto scaricare fisicamente durante la

settimana perché possa dare il meglio nelle numerose partite che gioca, altrimenti in campo non

corre più. Oppure un campione come Maicon in certi allenamenti va sollecitato un po’ di più perché

il suo gioco si basa su progressioni sulla fascia laterale ma contemporaneamente va anche

consigliato nella sua vita fuori dal campo, suggerendogli ad esempio in certe sere di andare a letto

presto… Anche con i giovani come Santon bisogna essere attenti perché si presentano in punta di

piedi ma dimostrano subito di avere qualità ed entusiasmo, poi ad un certo punto il calo è inevitabile

così l’allenatore deve essere abile nel non fargli perdere l’euforia, l’entusiasmo e la fiducia in se

stesso.”