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“QUEGLI UOMINI”

Intervista a Donato Cascione nato a Matera nel 1949, dove attualmente vive e lavora.

E’ responsabile e fondatore del Museo Laboratorio della Civiltà Contadina, sito in Via San Giovanni

Vecchio 60 – Matera Sito internet www. museolaboratorio.it

Donato Cascione e’ autore delle seguenti opera di poesia e di narrativa

Poesia “L’ultimo pianto” – Paternoster 1969

“ Sangue e terra magra” disegni di N.Pavese, Montemurro 1971

“ Un altro giorno” disegni di N.Pavese e L.Guerricchio – La scaletta 1975

“ Nel segno del potere, la traccia dei deboli” – Montemurro 1977

“ Il gioco del tempo. Otto poemetti (1974-76) disegni di L.Guerricchio-Lacaita 1978

“ Accordi in indiosincrasia”-Interventi culturali 1980

“ La toppa del sogno” Arteria 1993

Narrativa: “Avviso ai naviganti” – Forum 1980

“Dalla prua scrutando il mare” Romeo Porfidio Editore 1990

“ Le ossessioni del marinaio” Arteria Edizioni 2003

Altri libri “ I racconti del Museo” I – II-III Edizione Con traduzione in inglese da Sara

Strammiello

Come premessa all’intervista, pubblichiamo di seguito un quadro del pittore Eustachio Leonetti,

originario di Matera e abitante a Matera stessa con moglie e figlia.

Il quadro si intitola : “Natura morta con il pane di Matera, crocefisso e boccale di vino.”

Gesù ha alla sua destra il pane “la carne” alla sua sinistra il vino “il sangue”.

Da notare che il pane alto tipico di Matera, ha tre tagli sulla parte alta che stanno a rappresentare Il

Padre, il Figlio e lo Spirito SantoD) Visitando il museo che lei ha organizzato a Matera, sembra proprio di sentire e vedere la

presenza dei contadini che vivevano nei Sassi prima del 1955.

Come ha organizzato le diverse ambientazioni in cui ha collocato queste testimonianze di vita?

R) La poesia del dolore e dei ricordi infantili lo ha voluto così, impregnato di Storia e di emozioni:

le ambientazioni hanno seguito il filo dei ricordi.

Chi entra attraversa questo alone, quasi materializzato, composto dagli odori di un tempo: del mulo;

del cibo, dei rifiuti organici che restavano in casa per l’intera notte, prima di essere smaltiti; del

cuoio; delle pareti umide; del fumo del focolare; di una vita difficile ma laboriosa che ha interessato

per secoli migliaia di sopravvissuti.

E’ molto difficile creare questa atmosfera che pochi percepiscono con la giusta sensibilità: molti

visitatori vengono depistati dalle rappresentazioni folcloristiche (tante case-grotta allestite in

concomitanza con l’incremento del flusso turistico) che, per fini sterilmente economici, tendono a

spettacolarizzare i vari teatri dell’orrore reale quotidiano.

D) E’ stato faticoso raccogliere tutti questi oggetti? Come ha fatto?

R) Raccogliere tutti questi oggetti è stato faticoso e costoso: ho coinvolto famiglie trasferite nei

nuovi rioni, rigattieri ed operatori ecologici. E’ stata una fatica ultra trentennale inenarrabile.

D) Lei è riuscito a far uscire gli abitanti dei Sassi da una condizione di “fenomeni museali” ad un

condizione di persone che possono dirci delle cose importanti ancora oggi a distanza di molti

anni .Cosa possono dirci oggi, secondo lei?

R) Noi che non abbiamo vissuto queste esperienze di vita o ne siamo stati inermi spettatori non

abbiamo il diritto di trasformare luoghi e persone in fenomeni museali.

Questi uomini, abbandonati da tutti i rappresentanti del potere precostituito, connotavano la propria

vita con rigorose forme di sopravvivenza caratterizzate dal risparmio e dal riciclo, che da un lato

promuovevano tante forme di solidarietà e mutuo soccorso fra simili, ma dall’altro alimentavano

diffidenza chiusura verso tutti gli altri ed isolamento.

Io ho cercato di rispettare la loro dignità e loro mi hanno donato la loro storia incontaminata:

quando ho raccolto le loro testimonianze, superando la barriera della diffidenza, hanno percepito

che di fronte avevano uno di loro che non li avrebbe trasformati in fenomeni museali nell’accezione

negativa di questa espressione (lontani, ormai morti), ma che avrebbe dato dinamicità storico-

sociale alle loro storie, traendone indicazioni per la progettazione di un futuro migliore.

D) Il suo libro “ I racconti del museo” ( in vendita presso il museo stesso) riporta molte

interessanti, testimonianze tra cui due racconti tramandati da una nonna alla nipote.

Questi due racconti intitolati “Il contadino avaro” e “Commara morte” sono pieni di significato

filosofico. Secondo lei ai giorni nostri cosa possono dirci di utile i racconti contadini?

R) Tutto e nulla. I racconti non avevano una origine intenzionalmente morale ed etica:spesso

nascevano dal bisogno di distrarsi dalla fame, dalla realtà

immutabile, dalla religiosità intrisa di superstizioni. Ovviamente le narrazioni facevano riferimento

alla vita quotidiana, per cui è nella sensibilità del lettore la possibilità di individuarvi indicazioni in

merito ai valori che erano alla base di questo sistema di sopravvivenza e trarne i dovuti

insegnamenti.

D) Ha avuto modo di conoscerne qualche altro racconto, oltre a quelli contenuti nel suo libro ?

R)Non ho avuto modo di conoscerne altri, anche perché i sopravvissuti sono ormai pochissimi, ma

non ho abbandonato la ricerca.

D) Qual’è l’ambientazione del museo che riscuote più interesse e commozione tra i visitatori?

Secondo lei per quale motivo ?

R) La stanza delle macine del grano, perché vi traspare la religiosità e la magia di questo alimento.D) Quale invece le suscita personalmente più commozione ? C’è un oggetto particolare o una

storia particolare da lei raccolta a cui è molto affezionato?

R) Tutti gli oggetti sono importanti per me, perché dietro ciascuno di essi c’è un volto, una scena,

una storia.

Mi emozionano particolarmente quelli relativi all’infanzia che, nei Sassi ed in altri luoghi, ha subito

gravi offese da parte del mondo degli adulti.

D) C’è un messaggio spirituale che i contadini abitanti dei Sassi 50 anni fa, possono oggi

trasmetterci secondo lei? Qual’è ?

R) Gli abitanti dei Sassi sono un elevato esempio della capacità dell’uomo di organizzare la propria

vita anche nelle condizioni più estreme (basti pensare alla mancanza di acqua potabile) e di crearsi

una rete protettiva sul piano psicologico ed emotivo attraverso la religione, la superstizione, la

solidarietà fra simili: tutti elementi che lo aiutavano a non impazzire e a sopravvivere alla

frustrazione di non poter cambiare il proprio status sociale. Come in tutte le società primitive,

inoltre, vivevano un rapporto pre-consumistico con l’ambiente, non predatorio, ma equilibrato.

D) Si sa che l’unità d’Italia del periodo risorgimentale, per i contadini del Sud ( ma anche per

quelli del Nord per certi versi, viste anche le continue battaglie degli eserciti piemontese, francese,

austriaco, sulle loro terre) non fu propriamente un bell’affare .

O briganti o emigranti, sembrava ad un certo punto della storia, essere stato il destino dei

contadini del sud durante i primi anni dell’unità d’Italia .

Quali testimonianze ha raccolto su questo tema del cosiddetto “ brigantaggio”?

R) Ovviamente non è stato possibile raccogliere testimonianze dirette, visti i tempi molto lontani,

ma lo studio dei documenti presenti negli archivi militari, a cui è stato possibile accedere, ha aperto

la strada ad una rilettura di questo capitolo della nostra Storia liquidato per decenni sui libri di storia

come un fenomeno di delinquenza comune.

Si trattò, invece, di un’attività di ribellione complessa che coinvolse diversi ceti sociali (pochi

liberali, fuoriusciti dell’esercito borbonico, sostenitori dello Stato della chiesa, moltissimi contadini

che non avevano ricevuto le terre demaniali promesse, ma solo nuove tasse e il servizio militare

obbligatorio).

Affondava le proprie radici nella grave ingiustizia sociale, tanto da essere definito da alcuni studiosi

“la prima guerra civile del nuovo Stato italiano”.

D) Le chiediamo ora una sua poesia, che riguarda la condizione contadina a Matera, da lei fatta

rivivere molto bene nel suo Museo.

R) Si volentieri, vi lascio la mia poesia intitolata “Quegli uomini”

Quegli uomini non ridevano

e parlavano quando era necessario,

non erano dolci con le loro donne:

erano incapaci di carezze e parole d’amore.

Quegli uomini si accoppiavano su un letto alto,

gonfio di foglie di granturco,

e mettevano al mondo nidiate di bimbi scalzi

quando erano ubriachi o per non morire di rabbia.

Quegli uomini, ombre silenziose,

si muovevano come formiche concitate,

sopravvivendo a tutte le disavventure

che la vita serbava loro.

Quegli uomini avevano dignità da vendere.

Nessuno la scambi per disprezzo.Oggi in queste case in cui morivano

i due terzi dei nati per tifo, febbri malariche o altro,

si celebra la nostra vanità.

Quegli uomini ritratti vicino al mulo,

condensati di impotenza e di miseria,

sono il nostro “falso orgoglio”,

reliquie sacre di un mondo

che ci appartiene per comodità

o per mancanza di radici.

Quegli uomini, se tornassero in vita,

riderebbero di cuore

per tanta falsità

creata intorno a loro.

(intervista a cura di Maurizio Francesco Molteni

Il quadro “Natura morta con il pane di Matera, crocefisso e boccale di vino.”

è di Eustachio Leonetti – Telefono 347-1037602 Matera)