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IL RAPFORTO DI COPPIA

UN TEATRO

PER NOI DUE

di Giullana Loiodlce

e Aroldo Tieri

Giuliana lnjodice e Aroldo Ticri. da anni impegnati

nella ricerca e interpretazbne di personaggi compbssi e

rbchissimi di risvolti emotivi” sono riusciti ad avere I’ap-

provazbne sin del pubblito sin della citica per b loro

scelte professionali Molti i rù:onoscimenti ricevutí sia

ingolarmente che insizme. Ne cítiamo sob due, vinti

negli ultimi due anni come coppia: iI premio “Maratea”

e il “Biglízno d’oro”, che rappresenuuw anche I’impor-

tanza delln bro unbne,

D. – Siue iwizme da molto?

R. – Siamo in coppia da ventidue anni e sono anche

ventidue anni che lavoriamo insieme. Ci siamo cono-

sciuti a Siracusa nel 1966, durante l’allestimento del

l”‘Antigone” di Sofocle e ci siamo trovati subito bene

insieme: scoprimmo di avere le stesse doti di sensibili-

tà. Nello stesso anno, dopo l”‘Antigone”, abbiamo

rappresentato una commedia molto divertente: “usci-

rò dalla tua vita in taxi”, con la quale abbiamo sancito

il nostro sodalizio artistico e sentimentale. Con questa

commedia è nata la “ditta” Tieri – Loiodice.

D. – L’accoglienza?

Giuliana – La critica qualificata non ha mai fatto

cenno al lato sentimentale della nostra unione, mentre

sono stati i giornali, cosiddetti scandalistici, che hanno

“inzuppato il pane” nella nostra vita privata, interfe-

rendo soprattutto nella mia, in quanto ero sposata e

con due figli.

Aroldo – Abbiamo sempre cercato di non permet-

tere agli altri di sovrapporre il nostro rapporto artisti-

co alla nostra vita privata. Abbiamo tenuto ben distin-

tiquesti due ambiti, per proteggerli dalle interferenze,

specie da quelle scorrette. Nei primi tempi, addirittura, per metterci insieme crearono dei montaggi foto-

grafici e ci perseguitarono cercando di fotografarci

persino col teleobiettivo. Ormai oggi la nostra serietà

e il nostro stile di vita hanno scoraggiato le specula-

zioni, ma c’è sempre qualcuno che, privo d’immagi-

nazione, ci usa per “fare notizia”.

D. – Assurdo.

Giuliana – E fastidioso. È vero che chi fa I’attore si

espone, perchè il suo stesso lavoro lo esige, ma penso

ci sia un limite, almeno quello del buon senso.

D.- E il successo?

Aroldo – Effettivamente il successo talvolta awele-

na il rapporto nelle coppie di attori. Nel nostro caso

non è stato così: anzi, proprio in quel momento ci

siamo resi conto di avere ancora più voglia di essere

insieme, di sentirci vicini, per condividere le proprie

soddisfazioni con I’altro.

Giuliana – Non vogliamo presentarci come coppia

perfetta: come tutti abbiamo i nostri limiti, però tra

noi, alla base, c’è una stima reciproca grandissima.

Aroldo mi piace come uomo anche quando recita. E

awenuto anche, proprio perchè mi piace vederlo reci-

tare, di scegliere un lavoro particolarmente adatto a

lui, dove io avevo una parte a me meno consona. Ma

del resto lo ha fatto anche lui.

D. – Così è bella srare insfume…

Aroldo – A questo proposito diciamo sempre che

non sono ventidue anni che stiamo insieme ma qua-

rantaquattro, poichè viviamo insieme ventiquattro ore

su ventiquattro. Recitiamo insieme. torniamo a casa

insieme, scegliamo e allestiamo insìeme lo spettacolo.

E la nostra vita.

Giuliana – Mi sembra che siamo riusciti a vedere nel

nostro rapporto I’essenziale; e nei momenti critici è

necessario avere ben presente quello che conta vera-

mente. Altrimenti non si riesce a convivere, si conti-

nua ad aggredirsi per le piccole contrarietà quotidia-

ne, per i difetti che ognuno ha e che danno fastidio,

inevitabilmente.

D. – Siete una coppia vera, non un modello da

rotocabo…

Aroldo – Sì, ed è per questo che la nostra felicità

talora stupisce. Qualcuno ha anche detto che sarebbe

una forma “crudele” il fatto di presentarci in un clima

“idilliaco”. Per la verità I’idillio lo vede solo chi si

ferma alla superficie, chi preferisce “vedersi” coppia

come nelle fotografie della cerimonia nuziale, anzichè

vivere nel rapporto che dà tanto maggiore appaga-

mento, quanto più ti coinvolge umanamente, emotiva-

mente.

D. – E il coinvolgimento emotivo nel personaggio non

interferisce?

Aroldo – Sapere e potere entrare nell’identità di un

personaggio ci arricchisce, perchè non annulla la no-

stra. Siamo noi che prestiamo un’identità al personag-

gio: questo significa appunto “interpretare”. Per que-

sto recitare mi piace. Mi piace capire e riproporre dei

personaggi dalla psicologia complicata che richiedo-

no da parte mia uno sîudio attento. una comprensione

profonda.

Giuliana – Non si porta nella vita ciò che si agisce

sul palcoscenico. Però, senza dubbio, i personaggi

molto duri da affrontare, molto interiori, molto soffer-

ti a me lasciano addosso un notevole carico emotivo.

Dal punto di vista psicofisico è una grandissima fatica;

quando Aroldo ha recitato “Un marito” di Svevo,

quando ha interpretato il “Misantropo” di Moliére, ne

ha riportato una stanchezza tremenda, che io chiame-

rei di tipo nervoso, perchè l’impegno emotivo a rende-

re quei personaggi come voleva lui era pesantissimo.

Lo scorso anno è successa la medesima cosa a me, con

gli “Esuli” di Joyce. Credo proprio che I’impegnarsi a

fondo nel tuo personaggio, sera dopo sera, fa sì che ti

rimane addosso. Poi però sei un attore e quindi… Se tu

soffrissi veramente tutte le sere le oene dell’inferno

che si possono soffrire con dei personaggi complicati,

e non fossi caoace di rientrare sostanzialmente in te

stesso, finiresti al manicomio. Come è successo a non

pochi colleghi anche molto bravi. In questo “ritorno”

in me dal personaggio, devo ammettere che il rappor-

to con Aroldo mi è di grande sollievo. Con lui mi

sento, come dire, “rivivere”.

D. – lnvorare insieme attenua la tensione emotiva?

Giuliana – Secondo me I’aumenta, cioè c’è una

continua preoccupazione. Quando vado in scena sono

sempre molto preoccupata per Aroldo. Sono sempre

tesa perchè capisco quello che sente lui.

Aroldo – Dipende dalla sensibilità della persona.

Anche se ho cinquant’anni di professione, I’impatto

col pubblico è sempre un momento molto importante.

Tutta la preparazione, lo studio, la ricerca che prece-

dono, sono in vista di quel momento in cui verifico se

quello che ho studiato, quello che ho pensato, le con-

clusioni alle qualì sono arrivato sono valide per comu-

nieare con gli spettatori. Personaggi come Berta e

Richard nel dramma di Joyce “Gli esuli”, che stiamo

adesso portando in giro per i teatri d’Italia, per poterli

rappresentare occone averli studiati, sentiti, cercandodi capirne i lati più nascosti, ma anche i più eloquenti,

per. chi ci vede e ci ascolta. Tutto queito lavóro si

verifica solo davanti al pubblico.

D. – Po quzsto, sulla scenq ognurn pensa all’alîro.

Aroldo – Sì, la preoccupazione reciproca, quando

sramo in scena, è sempre una preoccupazione amoro-

sa, che nasce da tutto quello che abbiamo insieme, non

solo da tutto il lavoro fatto insieme. Ma non vorrei che

tutto questo sembrasse una faccenda di “teatro”… È

così la nostra vita: tutto ciò che abbiamo detto è oarte

della nostra vita quotidiana.

D. – Come avete scelm “EsuE” di Joyce?

Giuliana – Per quest’opera abbiamo letto circa ot-

tanta copioni: la prima lettura I’ho fatta io e ne ho

passati dieci ad Aroldo, che ha scelto a sua volta il

migliore, il più adatto. Poi è cominciato lo studio dei

perìonaggi, sono cominciate le prove. È un lavoro

nuovo, con un autorc notoriamente difficile. ma ric-

chissimo di risvolti emotivi.

D.- Avete avuto corbggb,

Aroldo – È un po’ la nostra linea di fondo: Svevo,

Pirandello, Moliére, Pristley e ora Joyce.

Giuliana – Ma anche la nostra oiofessionalità: i.l

piacere di proporre lavori complessi, ma vicini alla

sensibilità del nostro tempo. La aritica ha apprezzato

il nostro impegno. Ma la soddisfazione più grande ci

viene dal pubblico. Quando esce, dopo lo spettacolo, si

porta via qualcosa di profondo, ma anché di bello. E

noi pensiamo: gli abbiamo dato Joyce, molto Joyce. E

un poco di Aroldo e Giuliana.

(lnQnista a cura

dí Eva ltrcclwsi Tagliabue e Maurizio Molteni)