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Sezione I

PSICODINAMICA

DELL’EDUCAZIONE

MIO PADRE

MIO FIGLIO

E I O

di Walter Chiari

Walter Chinri com’è noto, ha interpretato una pelli-

coln nella quale si affronta il cornplesso rapporto tra

figlio e genitore omolngo. In essa, intitolata “Romance”,

(premiata al festival di Venezia), egli ha iI ruolo dí un

padre che si è rttiraîo ad abitare in montagna dn sob. II

figlio va a scovarlo e dopo il superamento di alfeme

vicende, di incomprensioni e rinwicinamentí, esplodono

tra loro la îenerezza e I’affetto, del resto naturak in

quesro rappono.

D. – Perché “Romance”?

R. – Perché il film? Perché è il mio lavoro e si fa

quello che viene proposto, se non imposto, ma voi

siete venuti qui non per sapere perchè ho fatto il frlm,

ma perchè I’ho fatto in quel modo.

D. – nfot t alln ricerca di Chinri padre…

R. –

… e non solo attore. Anche ex studente di

medicina. La medicina c’entra oerché dovevo laure-

armi in medicina. ma poi me lo ha impedito proprio il

fatto di voler diventare prima padre.

D. – Più urgente delln laurea?

R. – Più importante per me, più fondamentale. A

differenza della scuola, dell’Università (dove sei un

contenitore vuoto che deve essere riemoito. subisci la

lezione anche se sei consapevole che è una violenza).

nella vita le esperienze sono lezioni che si subiscono e

si impartiscono insieme.

D. – Fare un figlio…

R. – Fare un figlio vuol dire anche diventare pa-

dre; io metto al mondo te, mio figlio, che però mi metti

al mondo come tuo padre. Io, che ti ho messo al

mondo, ho paura di danneggiarti, di aiutarti troppo;

mentre tu mi chiedi un sacco di cose…D. – Perché creSi íl papA onnipotente…

R. – Sì, ma non è solo questo. Durante le riprese

di “Romance” abbiamo anche pianto due volte; que-

sto vuol dire quanta solitudine c’è nell’uomo e quanta

ricerca c’è dell’altro. Quando ci guardavamo negli

occhi, nei momenti in cui eravamo liberi di recitare e

di scegliere le parole, cercavamo quelle vere, che

avremmo detto a nostro fislio o che avremmo voluto

dire a nostro padre. Ci èlenuto due o tre volte il

magone, che non abbiamo tentato di reprimere.Imiei

colleghi ed io abbiamo scoperto facilmente di avere

dei problemi in comune.

D. – Conifigli?

R. – Con i figli sì, ma anche con il padre. Quando

uno ha trentatrè anni e l’altro ne ha sessantatrè, devi

incominciare con un “a domani” o “addio”. Lì, ti

viene la commozione. Come quando stai per staccarti

da una nave che ti lascia su un’isola. Perché quando

rimani senza la persona alla quale sei legato, il mondo

più è affóllato intorno a te e più è inutile, perché non

può darti niente. Essere in tanti non vuol dire essere in

compagnia. Compagnia è qualcosa che ti lega inter-

namente. Non bastano una mano di oua e I’altra di là.

Dl – Ilvero compagno è padre?

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R. – Per il figlio è il padre. La verusocializzazio-

ne un figlio la fa con suo padre, che gli dà il sentimento

di avere un compagno, uno con cui si spezza il pane,

una vera compagnia. Perché la verità è che il padre è

I’unico a vedere nel figlio il continuatore, cioè se

stesso che continua. Per questo non può considerarlo

peggiore di sé, ma soltanto migliore. Perché sa di

dargli tutta la propria esperienza, quella che suo figlio

metterà a frutto, appropriandosi poco a poco del terri-

torio che il padre ha conquistato prima di lui. La

tenitorialità che prima è del padre, diventa di suo

figlio.

D. – lzihnfigli?

R. – Ho un figlio maschio che si chiama Simone.

.

E un rapporto molto bello, anche se ci siamo visti

poche volte, anche se ci sono stati dei momenti di

stizza e fraintendimento. Molte volte il fislio è nella

posizione di chi rimprovera il padre (peiché anche

questo’rapporto ha i suoi bioritmi, il suo diagramma),

cioè rifiuta i momenti problematici, non essendo an-

cora maturo per capire che si possono dividere insie-

me con gioia i momenti felici e maledire insieme le

difficoltà che si incontrano.

D. – Insieme è imoortanteR. – Sì, il bambino quando diventa grande, capi-

sca questa cosa, perchè oltre all’amore che iI papà ha

verso di lui, sente anche I’amore che c’è tra i suoi

genitori e vede che, attraverso questo, essi trovano la

forza di affrontare le difficoltà della vita. E alla fine, il

figlio ottiene proprio dai suoi stessi genitori la forza

per saper affrontare anche il momento della loro per-

dita, della loro morte, quando se la troverà di fronte.

Nel rapporto padre-figlio, non ci sono però solo mo-

menti drammatici, c’è anche molta possibilità di gioia,

di gioco, di spensierata accettazìone. Tutto ciò è im-

portantissimo in famiglia. E importante la capacità di

sdrammatizzare, I’umorismo; proprio come nelle mie

recite.

D. – La famiglin scuola d’ane drammatica?

R. – Ma certo! È il primo palcoscenico. È la pri-

ma platea che tì insegna il segreto di comunicare con

la gente: ad esempio, io avevo quattro fratelli. La mia

era una famiglia poverissima. Eppure mio padre era

allegrissimo, ci faceva ridere tutti quanti, sdramma-

tizzava tutto. Credo che ouesto stìle di comicità me lo

abbia trasmesso proprio lìi. Infatti, nonostante la dif-

ferenza di generazione, il mio stile di comicità è simile

al suo. Quando recito, mi accorgo che la gente mi

capisce, perché parlo il loro linguaggio. Sono vicino a

loro e sono me stesso, come se ci conoscessimo da

sempre.

D. * Come iusciva a fare il papà con voi..

R. – Mio padre è riuscito a passarmi con la sua

esperienza la sua capacità di sorridere e far sorridere.

Ho capito il significato profondo del suo umorismo,

nonostante tutte le interferenze che a volte per un

figlio sono traumi e possono portarlo ad un ailonta-

namento, nella comunicazione con la Aenerazione del

padre. In questi ultimi decenni. ogni ragazzino ha

seguito il ritmo delle modificazioni tecnologiche,

mentre I’uomo, il padre aveva già speso tutto il suo

entusiasmo sul primo aereo a reazione, suiprimi cine-

giornali, sul primo televisore.I nostriragazzi sono nati

con il televisore, come noi siamo nati col lavandino e no-

stro nonno, quando andavamo a trovarlo, aveva anco-

ra la brocca col filo di ferro attaccato e il catino. Ma il

rappofo tra padre e figlio è qualcosa che ti arricchisce

comunque, perché anche se il padre non ha gli stessi

“strumenti culturali” del figlio, egli è I’unico in grado

di dargli la necessaria sicurezza, per vivere la realtà,

3percambiarla oper accettarne i cambiamentj. E come

la storia biblica di Giona. il ouale andava dentro il

ventre della balena, si rimetteva al Signore come ci si

rimette al padre, e trovava la forza di uscire di lì

ancora vlvo.

D. – E in buona salute…

R. – Certo, perché si sta bene quando ritrovi te

stesso. E come se tu orendessi una medicina che ti dà

la possibilità di guarile il tuo star male e contempora-

neamente di capirne il perché. Come succede a Pinoc-

chio, inquieto burattino di legno, che per diventare un

ragazzo in carne e ossa deve andare a cercare il suo

papà, Geppetto, nella pancia del pescecane, e può

abbandonarsi finalmente al rapporto con lui.

D. – Non è sempre così sempliee…

R. – Nella realtà il figlio molte volte rifiuta il

padre, oppure ha paura del confronto, perché pensa, a

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torto, che il papà voglia che egli assomigli a questoo a

quel modello di uomo, che invece piacerebbe al figlio.

E il padre molte volte si trova in imbarazzo, perché

non sa come il figlio prende i suoi interventi.

D. – “Romance” rispecchia tutto questo?

R. – Sì, per questo è molto comprensibile e vicino

alla realtà. Ora c’è un ritorno a questi temi.

Si vede che c’è proprio il bisognó in noi che abbiamo

passato i sessant’anni, di provare I’emozione di ritro-

varci di fronîe i figli divenuti adulti. Perché frnché

sono bambini, è come dare acqua alla pianta e pensare

che, quando il frutto sarà maturo, non avremo più i

denti per assaggiarlo. Ecco perché ti tenta questo

confronto con il figlio di trent’anni, che è già uomo.

Per vedere come ha assorbito quello che gli hai tra-

smesso, con quali differenze, in che modo l’ha fatto

suo, I’ha trasformato, I’ha portato avanti…

(Intervista a cura di E. LucchesiTagliabue e M. Moltení)