La scala per il cielo
di Stefania Mella
C’era una volta un bambino che viveva nelle profondità della terra insieme con il suo papà.
Un giorno il suo papà dovette partire in cerca di lavoro, perché non c’erano più soldi per sfamare
la famiglia.
Con la morte nel cuore salutò tutti e lasciò al suo bambino un sacchetto di semi e una letterina in
cui c’era scritto: “Quando lo vorrai, raggiungimi! E ricordati i semi da piantare lungo la strada.”
Il bimbo pianse amaramente quando trovò il messaggio del suo papà, ma promise a se stesso che
prima o poi avrebbe affrontato quel lungo viaggio.
Una notte uscì dalla sua casa e s’incamminò piano piano nel buio della terra, sino a quando vide
innanzi a sé una scala che sembrava non avere fine.
Cominciò a salire sino a quando si trovò su un piccolo pianerottolo dove c’era una porta nera su
cui era scritto: “Qui abita la Paura”. Bussò gentilmente, entrò e una voce disse: ”Stai qui con me,
ti piacerà!”. Il bambino acconsentì e vi rimase a lungo. Ma non gli piaceva perché ovunque si
girasse incontrava uno sguardo che lo faceva sentire in pericolo e in colpa. Se ne andò e lasciò un
semino davanti alla porta.
Salì ancora per la scala e si trovò sul secondo pianerottolo dove c’era una porta su cui era scritto:
“Qui abita lo Spavento”. Bussò gentilmente, entrò e una voce disse:”Stai qui con me, ti piacerà!”.
Il bambino acconsentì e vi rimase a lungo. Ma non gli piaceva perché ovunque si girasse
incontrava uno sguardo che lo faceva trasalire, allora si nascondeva con il cuore in gola. Se ne
andò e lasciò un semino davanti alla porta.
Salì ancora per la scala e si trovò sul terzo pianerottolo dove c’era una porta su cui era scritto:
“Qui abita la Rabbia”. Bussò gentilmente, entrò e una voce disse:”Stai qui con me, ti piacerà!”. Il
bambino acconsentì e vi rimase a lungo. Ma non gli piaceva perché ovunque si girasse incontrava
uno sguardo che lo invitava a spaccare tutto, a stringere i denti, a desiderare di uccidere. Se ne
andò e lasciò un semino davanti alla porta.
Salì ancora per la scala e si trovò sul quarto pianerottolo dove c’era una porta su cui era scritto:
“Qui abita il Rifiuto”. Bussò gentilmente, entrò e una voce disse:”Stai qui con me, ti piacerà!”. Il
bambino acconsentì e vi rimase a lungo. Ma non gli piaceva perché ovunque si girasse incontrava
uno sguardo che lo invitava ad andarsene e lui si sentiva di troppo, che dava fastidio. Se ne andò e
lasciò un semino davanti alla porta.
Salì ancora per la scala e si trovò sul quinto pianerottolo dove c’era una porta su cui era scritto:
“Qui abita la Noia”. Bussò gentilmente, entrò e una voce disse: “Stai qui con me, ti piacerà!”. Il
bambino acconsentì e vi rimase a lungo. Ma non gli piaceva perché ovunque si girasse incontrava
uno sguardo che lo invitava a sbadigliare e a lui veniva sonno, non pensava che a dormire e tutti i
suoi tentativi di trovare cose divertenti erano vani. Se ne andò e lasciò un semino davanti alla porta
Salì ancora per la scala e si trovò sul sesto pianerottolo dove c’era una porta su cui era scritto:
“Qui abita la solitudine”. Bussò gentilmente, entrò e una voce disse:”Stai qui con me, ti piacerà!”.
Il bambino acconsentì e vi rimase a lungo. Ma non gli piaceva perché ovunque si girasse
incontrava uno sguardo che lo invitava a tenere gli occhi sbarrati nel vuoto e a tappare le orecchie.
Se ne andò e lasciò un semino davanti alla porta.
Salì ancora per la scala ma non trovò più pianerottoli e porte. Sopra la sua testa, immenso stava un
masso su cui era scritto: “Se vuoi uscire farai Fatica”. Ora il bambino voleva solo lasciarsi morire
per la disperazione. Appoggiò le mani sul masso e, con grande sorpresa, la pietra si alzò
dolcemente. Al di là vide tanta luce, prati, cieli, stelle e il suo papà che lo aspettava. Si
abbracciarono a lungo.Poi lentamente ridiscesero per la scala, un passo dopo l’altro, tenendosi per mano.
Quando si trovarono davanti alla porta della Solitudine, con grande stupore il bambino si accorse
che era nato un albero, un’imponente Quercia con tante foglie che brillavano al vento. Si sedettero
e riposarono.
Scesero ancora. Davanti alla porta della Noia c’era un altro albero, un Mandorlo in fiore. Si
fermarono e fecero piccole ghirlande.
Scesero ancora e davanti alla porta del Rifiuto era nato un Fico che allungava loro i suoi frutti. Li
raccolsero e mangiarono a sazietà.
Scesero ancora e davanti alla porta della Rabbia era nato un tralcio di Vite carico di grappoli
d’uva. Li raccolsero, li pigiarono e bevvero sino a inebriarsi.
Scendendo ancora per le scale davanti alla porta dello Spavento li attendeva un grosso Castagno.
Raccolsero i frutti per l’inverno.
L’ultima porta, quella della Paura, era coperta da un Abete. Si sedettero ai piedi dell’albero a
godere il fresco e il profumo della sua resina e parlarono a lungo: ”Sai bambino mio – disse il papà
– l’abete è l’albero della nascita e a lui dedicheremo il primo giorno di ogni anno”.
Si dissero ancora tante cose, poi piano piano s’incamminarono verso casa.